giovedì 19 luglio 2018

La Costituzione dello Stato di Israele

Legge Fondamentale: Israele, Stato Nazione del Popolo Ebraico

1) Principi fondamentali

A. La Terra di Israele è la patria storica del popolo ebraico, in cui lo Stato di Israele si è insediato.
B. Lo Stato di Israele  è la patria nazionale del popolo ebraico, in cui esercita il suo naturale, culturale, religioso e storico diritto all'autodeterminazione.
C. Il diritto di esercitare l'autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è unico per il popolo ebraico.

2) Simboli dello Stato

A. Il nome dello Stato è "Israele.
B. La bandiera dello Stato è bianca con due strisce azzurre verso le estremità e una stella blu di David al centro.
C. Il simbolo dello Stato è una menorah a sette bracci con foglie d'ulivo ad entrambi i lati e la scritta  "Israele" sotto esso.
D. L'inno nazionale è l'"Hatikvah".
E. Ulteriori dettagli sui simboli di stati saranno determinati da legge ordinaria.

3) La capitale dello Stato

Gerusalemme, integra e unita, è la capitale di Israele.

4) Lingua

A. La lingua ufficiale è l'ebraico.
B. La lingua araba gode di riconoscimento speciale nello stato. La legge regolamenterà l'impiego dell'arabo nelle istituzioni di stato.
C. Questa previsione non pregiudica lo status riconosciuto alla lingua araba dalle normative preesistenti.

5) Ritorno degli esuli

Lo Stato è aperto all'immigrazione ebraica e al ritorno degli esuli

6) Collegamento con il popolo ebraico

A. Lo Stato si impegnerà affinché sia garantita la sicurezza dei membri del popolo ebraico in pericolo o in cattività a causa della loro ebraicità o cittadinanza.
B. Lo Stato agirà nell'ambito della Diaspora per rafforzare l'affinità fra esso e i membri del popolo ebraico.
C. Lo Stato agirà per preservare il patrimonio culturale, storico e religioso del popolo ebraico fra gli ebrei della Diaspora.

7) Insediamenti ebraici

A. Lo Stato considera lo sviluppo di insediamenti ebraici come valore nazionale e agirà per incoraggiare e promuoverne l'insediamento e il consolidamento

8) Calendario ufficiale

Il calendario ebraico è il calendario ufficiale dello Stato, e sarà affiancato dal calendario gregoriano come calendario ufficiale. L'utilizzo del calendario ebraico e di quello gregoriano sarà disciplinato dalla legge.

9) Giornata dell'Indipendenza e commemorazioni

A. La Giornata dell'Indipendenza è la festività nazionale ufficiale dello Stato.
B. La Giornata della Memoria per i Caduti in tutte le Guerre di Israele, per le vittime dell'Olocausto, nonché la Giornata del Ricordo dell'Eroismo, sono giorni di commemorazione dello Stato.

10) Giorni del riposo e Sabbath

Lo Sabbath e le festività di Israele sono i giorni di riposo fissati per lo Stato. I non ebrei hanno diritto a rispettare i loro giorni di riposo e le loro festività. I dettagli di questo tema saranno fissati dalla legge.

11) Immutabilità

Questa legge fondamentale non può essere emendata che da un'altra legge fondamentale, approvata dalla maggioranza dei membri della Knesset.


giovedì 17 maggio 2018

Il dramma di Gaza è responsabilità dei palestinesi


di Bret Stephens*

Per la terza volta in due settimane, i palestinesi di Gaza hanno dato fuoco al valico di Kerem Shalom, attraverso il quale giungono da Israele medicine, combustibili e altri aiuti umanitari essenziali. Presto leggeremo diffusamente del dramma di Gaza. Ma dovremmo compiere lo sforzo di non dimenticare che gli autori di questa tragedia sono al contempo le presunte vittime.
C’è un schema - fatti del male, e incolpa l’avversario – che necessita di denuncia nell’oceano di cecità morale e critica storica senza fondamento, a cui Israele è sistematicamente sottoposto ogni volta che si difende dai violenti assalti palestinesi.
Nel 1970, Israele istituì una zona industriale lungo il confine con la Striscia di Gaza (all’epoca, lo stato ebraico entrò in possesso della Striscia, in conseguenza della Guerra dei Sei Giorni che deflagrò all’indomani dell’aggressione dell’Egitto di Nasser, che fino al 1967 quel territorio possedeva, NdT), allo scopo di promuovere la  cooperazione con la Striscia, creando posti di lavoro a favore dei palestinesi. È stata smantellata nel 2004 dopo innumerevoli attacchi terroristici, che hanno provocato 11 vittime fra gli israeliani.
Nel 2005 donatori ebrei americani hanno sborsato oltre 14 milioni di dollari, a favore dei proprietari delle serre che coloravano la Striscia, fino allo sgombero unilaterale disposto da Sharon. I palestinesi hanno devastato decine di queste serre il giorno successivo all’abbandono dei coloni israeliani.

martedì 8 maggio 2018

La solita bufala (o scrofa?) palestinese


A beneficio di chi eventualmente fosse rimasto impressionato dalle immagini che in questi giorni hanno circolato sui social.
Hamas - sì, proprio l'organizzazione terroristica che governa Gaza, e quotidianamente minaccia la placida esistenza delle famiglie che abitano nell'Israele meridionale - ha reinoltrato la denuncia proveniente da una sedicente "organizzazione per i diritti umani"; tale «Medecins du Monde», ospitata nella circostanza da un sito di cui è riportata un'immagine agghiacciante: un bambino con la gamba maciullata.
Perentoria e inappellabile la denuncia: tratterebbesi della conseguenza del deprecabile impiego, da parte dell'esercito israeliano, di proiettili i quali, una volta penetrati nel corpo, si aprirebbero a raggiera in modo da amplificare l'offesa. Una violenza gratuita, perpetrata oltretutto ai danni di un infante. Chi non prova un moto di ribrezzo davanti all'impiego di una simile spregevolezza?
Osservando la foto, qualche dubbio affiora: per la serenità del volto del fanciullo, per l'integrità dell'arto inferiore, malgrado la copiosità di luquido dal colore rossastro, per la puntuale presenza di un fotoreporter - si sa che i "cecchini israeliani" non colpiscono se non in presenza di testimonianze avverse - e per l'encomiabile coraggio dei convenuti, sprezzanti del pericolo ancora incombente.
L'immagine nel riquadro non lascia spazio a dubbi: si tratta davvero di un «uso della forza contro i civili di Gaza». Niente aggettivi: quelli li aggiungerà nei commenti l'ingenuo malcapitato che si troverà sul proprio social preferito questa immagini raccapricciante. Hamas sarà quel che sarà; ma accoppiare bambini e cinismo provoca immediate reazioni emotive.

venerdì 27 aprile 2018

La pace fra arabi e israeliani si avvicina

di: Daniel Krygier*

Per la prima volta dal 1979, un documento ufficiale del Dipartimento di Stato USA ha rimosso la dicitura "occupati" con riferimento a Giudea e Samaria. Preso a sé, questo dato può apparire irrilevante. In realtà, è il riflesso di una nuova politica per il Medio Oriente, che agevolerà il conseguimento di una pace fra arabi e israeliani.
Sin da quando gli stati arabi fallirono l'impresa di distruggere Israele nell'ambito della Guerra dei Sei Giorni nel 1967, la comunità internazionale ha inquadrato il conflitto in termini di «Occupazione israeliana della Palestina». Tuttavia, l'espressione «Territori palestinesi occupati» è di natura esclusivamente politica e non legale o storica. «Palestina» è il termine assegnato dai romani alla Giudea occupata, e mai alcuno "stato di Palestina" è esistito in Terra di Israele.
Nel suo monumentale lavoro "I presupposti giuridici e i confini di Israele nell'ambito del diritto internazionale", Howard Grief ha argomentato che il titolo legale che assegna la Terra di Israele al popolo ebraico, è previsto dalle dichiarazioni della comunità internazionale in seno alla Conferenza di Sanremo del 1920.

sabato 7 aprile 2018

La fabbrica palestinese delle "chiavi del ritorno"


Avete presenti quelle arcaiche che ostentano i vecchi palestinesi? ma sì, quei chiavoni in ferro battuto, tutte uguali, persino stilizzate nell'architettura urbana di alcune centri del West Bank?
Nella visione romantica propagandata dai loro possessori, sarebbero le chiavi di accesso alle abitazioni da cui gli arabi sarebbero fuggiti nel 1948, pressati in ciò dalle nazioni arabe confinanti il rinato stato di Israele, a cui dichiararono guerra un istante dopo la proclamazione del nuovo stato. Per loro sfortuna, non è andata come sperato: ancora piegati dalla fame e da lunghi e avventurosi viaggi, gli israeliani avrebbero difeso la loro terra dagli attacchi concentrici di questi nuovi nemici, vincendo la guerra (ma non la pace. Questo però è un altro discorso).
Così ai palestinesi è rimasta la soddisfazione di ostentare le loro antiche chiavi, a beneficio della visione di noi, inguaribili romanticoni d'Occidente:

martedì 27 febbraio 2018

Palestinesi torturati? non fanno notizia, se...

Che nell'Autorità Palestinese si pratichi la tortura, non fa notizia. Duole riconoscerlo, ma le grandi organizzazioni non governative dai budget milionari e i giornaloni internazionali, si volgono sistematicamente dall'altro lato, quando si tratta di denunciare la corruzione dilagante, l'inefficienza disarmante e le pratiche ripugnanti del regime di Abu Mazen. Ma quando al danno si aggiunge la beffa, qualcuno dovrà pur denunciare.
Israel Hayom, nell'edizione di venerdì, ha reso noto il triste destino occorso a 52 palestinesi residenti in varie località dell'ANP. Dopo aver subito arresti e detenzioni illegali, culminate in atroci torture, costoro si sono rivolti ad una quindicina di ONG, chiedendo loro un accurato esame medico e la certificazione dei danni fisici e psichici subiti per mano degli sgherri di Abu Mazen. Un passaggio obbligato, per ottenere l'equo indennizzo previsto dalla legge. Ottenendo, in quasi tutti i casi, un fermo rifiuto.

martedì 20 febbraio 2018

Danny Danon all'ONU ridimensiona Abu Mazen

Abu Mazen ha appena sciorinato il suo repertorio al Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Inutile riportarlo: il solito campionario di falsità a cui ormai non credono più nemmeno i palestinesi; per non parlare di buona parte del mondo arabo.
Leggiamo invece la risposta di Danny Danon, ambasciatore alle Nazioni Unite, per il tramite del suo profilo Twitter:
Signor Abbas: lo ha reso ancora una volta evidente, con le Sue parole e il Suo atteggiamento: Lei non è più parte della soluzione. Lei è il problema.
I palestinesi hanno bisogno di una guida che investa in istruzione, non nell'esaltazione della violenza. Hanno bisogno di una leadership che costruisca ospedali, e non che paghi i salari ai terroristi. Hanno bisogno di governanti disposti a negoziare con Israele, e che non rifuggano dal dialogo.
Il Suo incoraggiamento del terrorismo non si esaurisce nella mera retorica. Ha formalizzato il sostegno palestinese al terrorismo: lo scorso anno, avete speso 345 milioni di dollari in salari e stipendi ai terrortisti. È denaro che poteva essere impiegato, per esempio, nella costruzione di ben 40 ospedali. O 172 scuole, faccia Lei.

giovedì 25 gennaio 2018

Voltiamo pagina: basta parlare di "soluzione dei due stati"


Abu Mazen ha ragione: è tempo di cestinare gli Accordi di Oslo del 1993, che per la prima volta nella storia hanno generato un embrione di stato palestinese, oltre ad un vistoso solco nelle casse statali delle democrazie mondiali: febbrilmente impegnate a foraggiare copiosamente un nuovo stato, mai nato, in buona parte per la cinica riluttanza del ceto dirigenziale palestinese.
Quegli Accordi, che contemplavano alfine la creazione di uno stato palestinese, come punto di arrivo di negoziati bilaterali; hanno generato aspettative malriposte da ambo le parti, frustrazione, lutti, arricchimenti dei clan legati prima ad Arafat, poi ad Abu Mazen; copiosi investimenti in sicurezza da parte di Gerusalemme, e fiumi e fiumi di stantia retorica nel resto del mondo.

La diplomazia deve realizzare il mutamento avvenuto sul campo. Isolato e privo di argomenti, Abu Mazen è sempre più determinato ad avventurarsi lungo il sentiero integralista di Hamas, rivendicando tutto Israele, partendo dalla negazione dei legami fra la sua capitale e la storia trimillenaria degli ebrei, e arrivando ad inventare di sana pianta una "storia del popolo palestinese", ignorando l'assenza di qualsivoglia testimonianza vagamente storicizzata che risalga a prima del 1967.
Si potrà dubitare della buona fede della dirigenza israeliana, qualsiasi colore politico si sia avvicendato alla guida dello stato ebraico; ma è innegabile che tutte le offerte provenute da Gerusalemme - incluse quelle generosissime, imperdibili del 2000-2001 e del 2007-2008 - sono state fermamente rimandate al mittente. Paradossalmente, siamo giunti alla conclusione che gli israeliani potrebbero consegnare ai palestinesi le chiavi di tutte le rispettive case, ottenendone uno sgarbato diniego, derivante dalla consapevolezza che il giorno successivo per la corrotta burogerontocrazia palestinese non ci sarà più alcuna offensiva da scatenare.

Abu Mazen si compra l'aereo privato e ringrazia l'Europa


Le suppliche di Abu Mazen hanno sortito gli effetti sperati. Dopo il clamoroso gesto degli Stati Uniti, che hanno dimezzato gli stanziamenti annuali al bilancio dell'UNRWA, l'agenzia ONU appositamente creata dall'ONU per perpetuare la questione dei profughi palestinesi; Svezia, Olanda e Belgio hanno generosamente messo mano al portafoglio, coprendo il disavanzo venutosi a creare in un ente fondamentale per il benessere dei palestinesi.
Be', per l'esattezza del capo dei palestinesi: Abu Mazen. È notizia di ieri che il corteggiatore seriale della signora Mogherini, a suo agio nelle stanze di Bruxelles come nella repressione dell'opposizione palestinese, ha ordinato uno sfavillante jet privato del valore di 50 milioni di dollari. Il velivolo non è stato ancora consegnato, ma è questione di settimane. L'anziano leader dell'OLP sarà però costretto a recarsi ad Amman, in Giordania, per mettere a tacere le malelingue che lo accusano di corruzione e di sfruttamento delle sofferenze dei palestinesi per il proprio tornaconto personale.

lunedì 11 dicembre 2017

Gerusalemme è ebraica da sempre (sai che notizia...)

Circola in questi giorni una statistica rilasciata nel Dopoguerra da una delle tante agenzie ONU (che eclissa nel confronto sulla prolificità la mamma degli stupidi), secondo cui nel 1946 la popolazione di Gerusalemme era equamente divisa fra ebrei (100 mila abitanti) e una combinazione di cristiani, musulmani e altre minoranze (105 mila). Ora, prescindendo dal fatto che la popolazione ebraica costituiva all'epoca maggioranza quantomeno relativa, se non assoluta; occorre riflettere sulla circostanza determinante per cui diverse migliaia di giovani ebrei combatterono in Europa e altrove il nazifascismo sotto le bandiere della Brigata Ebraica e di altre formazioni militari: ciò sacrificava in modo decisivo le statistiche ufficiali.
Al di là di quel preciso momento, rimane un dato storico inoppugnabile: la popolazione ebraica a Gerusalemme è sempre stata maggioranza: relativa, quando non assoluta. Di sicuro lo è stata in tutto il secolo che precedette la guerra che cinque stati arabi scatenarono contro il neonato moderno Stato di Israele, letteralmente poche ore dopo la sua proclamazione solenne.

giovedì 23 novembre 2017

Trump: ai palestinesi non basta concedere il 99%


I palestinesi se la sono menata di nuovo. Stavolta, perché pare che l'amministrazione Trump non ha sposato la loro tesi a proposito del conflitto arabo-israeliano. Sono adirati perché sospettano che l'amministrazione Trump non intenda costringere Israele ad accettare tutte le loro richieste.
La faccenda è postas in questi termini: «se non sei con noi, sei contro di noi. Se non accetti integralmente le nostre rivendicazioni, se un nostro nemico; pertanto, di te non ci possiamo fidare, e non ti riconosciamo come arbitro imparziale nella controversia».
La settimana scorsa sono trapelate voci secondo cui il presidente Trump sta lavorando ad un piano di pace organico in Medio Oriente. Ignoti sono al momento i dettagli del piano. Tuttavia, è certo che il progetto non accoglie tutte le richieste palestinese. D'altro canto, nessun piano di pace lo potrebbe.
Le richieste palestinesi sono quanto mai irrealistiche: includendo, tra l'altro, la richiesta che milioni di "rifugiati" palestinesi (in realtà i superstiti fra coloro che lasciarono Israele nel 1948 sono oggi circa 30 mila, NdT) siano accolti in Israele, e che lo stato ebraico rinunci a territori a favore di un futuro stato palestinese, arroccandosi all'interno di confini indifendibili, che collocherebbero Tel Aviv nel mirino di Hamas.
L'autorità palestinese e il suo leader, l'82enne Mahmoud Abbas, ora giunto al dodicesimo anno di presidenza del suo mandato quadriennale; continua ad insistere che non accetteranno nulla che non contempli uno stato palestinese, sovrano ed indipendente, con i quartieri orientali di Gerusalemme adibiti a capitale, e con i territori strappati da Israele alla Giordania dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967, che rientrino nella giurisdizione palestinese. Anche nell'improbabile ipotesi che Abbas firmi un qualche accordo, sussiste la concreta possibilità che un domani non troppo lontano un altro capo gli subentri, stracciando l'accordo e dichiarandone la nullità; poiché sottoscritto da un presidente irregolare.

martedì 21 novembre 2017

Che fine ha fatto la legge italiana "anti BDS"?

Giace in Commissione Giustizia del Senato un disegno di legge, originariamente depositato ad agosto 2015, che porrebbe l'Italia all'avanguardia e in prima linea nella lotta al moderno antisemitismo: quello goffamente mascherato da «innocuo e pacifico» antisionismo. Il DDL, dal titolo "Norme contro le discriminazioni" - primo firmatario Luigi Compagna - si compone di tre articoli, e vede fra i promotori autorevoli legislatori del calibro di Emma Fattorini, senatrice PD, membro della Commissione per la protezione e promozione dei diritti umani; nonché Paolo Corsini, già relatore della legge di ratifica dell'Accordo tra Italia e Israele in materia di pubblica sicurezza.
Il DDL punta il dito contro il movimento definito «Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni» (BDS); che, accantonando il proposito di supportare e incoraggiare il cammino del popolo palestinese verso la democrazia, bersaglia direttamente lo stato ebraico: nelle sue istituzioni scientifiche, accademiche, commerciali ed istituzionali.

lunedì 20 novembre 2017

P come Palestina?


Nell'ansia spasmodica di produrre una narrativa - oggi si suole parlare di "storytelling" - che ingeneri nella distratta opinione pubblica la sensazione che uno stato arabo chiamato "Palestina" sia sempre esistito; i filopalestinesi indulgono in iniziative che sfociano nel grottesco.
È il caso di un abecedario che ha fatto la sua comparsa in alcune librerie di New York. Eloquente il titolo: "P come Palestina"; non tanto per il proposito citato, quanto per un grossolano errore di partenza: la lettera "P" nell'alfabeto arabo non esiste; come d'altro canto l'equivalente della nostra lettera "G".
Le mamme che hanno avuto la sventura di imbattersi in questo atto di propaganda hanno espresso tutto il loro disappunto alla stampa locale: lo stato di Israele non è riconosciuto; in compenso, la lettera "I" celebra l'intifada, che ha seminato orrore nella società israeliana nella prima metà dello scorso decennio.

domenica 19 novembre 2017

I palestinesi non l'hanno presa bene, e ora minacciano gli USA


Non l'hanno presa granché bene.
Come è noto, ieri l'amministrazione Trump ha annunciato il mancato rinnovo della licenza che consente all'OLP di mantenere negli Stati Uniti un ufficio di rappresentanza. Un modo diplomatico per prendere le distanze da un'organizzazione responsabile del rifiuto di tutte le proposte di pace pervenute da Gerusalemme negli ultimi decenni.
In un video pubblicato su Twitter Saab Erekat, capo negoziatore e segretario generale dell'OLP ha adottato toni fermi ma minacciosi, dichiarando «inaccettabile» la decisione americana, e aggiungendo: «se chiuderanno ufficialmente la nostre sede di Washington DC, cesseremo tutti nostri contatti diplomatici con l'amministrazione americana».
Pochi giorni prima, il Congresso USA aveva approvato una legge che vincola le sovvenzioni americane all'eliminazione di ogni forma di supporto a favore delle famiglie dei terroristi palestinesi. Ancora oggi, difatti, malgrado le rassicurazioni di facciata, una larga fetta dei contributi internazionali è impiegata per sussidiare i palestinesi - e relative famiglie - che compiano atti di terrorismo ai danni dei civili israeliani.

giovedì 16 novembre 2017

Gli americani negano i fondi ai terroristi palestinesi? nessun problema: ci penseranno gli europei...

Kristine Luken era una cittadina americana residente nel Regno Unito. Nel 2010 si trovava in Israele, con una sua amica: con cui si stava arrampicando sulle colline alla periferia di Gerusalemme, quando fu avvicinata da due palestinesi, che le chiesero in ebraico dell'acqua. Il sesto senso indusse la sua amica ad esortarla di tornare indietro. Troppo tardi: mentre ripiegavano verso il villaggio di Mata, ad ovest della capitale israeliana, i due palestinesi avvicinarono la coppia, colpendola ripetutamente con dei coltelli. L'amica riuscì a scappare, Kristine Luken perse la vita. I palestinesi in seguito ammisero l'omicidio della donna, profondamente legata allo stato ebraico.
Il sacrificio di Kristine Luken non è stato vano. Il Congresso americano ieri ha approvato in via definitiva il Taylor Force Act, una normativa bipartizan che dispone il congelamento delle sovvenzioni americane all'Autorità Palestinese, fin quando l'AP si impegnerà ad abrogare il sistema di sussidi e premi in denaro a favore dei terroristi palestinesi e delle loro famiglie. Il provvedimento è stato approvato grazie anche all'appoggio della minoranza democratica, inizialmente persuasa da Abu Mazen che ciò avrebbe danneggiato i palestinesi più indigenti. Nulla di più falso, evidentemente.

sabato 28 ottobre 2017

Fedez e J Ax inventano l'Intifada romantica


Gli spettatori di X Factor l'altra sera hanno trasalito. Due rapper sono saliti sul palco e hanno intonato (meglio: stonato) i versi di una canzone che sta per essere spietatamente propagata da media e radio commerciali. Sarebbe un'opera dedicata alla fidanzata di uno dei due, la nota fashon blogger Chiara Ferragni.
Non sapremmo giudicare a fondo né se l'impegno sarà ricambiato, e la coppia convolerà a giuste nozze; né se il disco andrà incontro a travolgente successo. Speriamo di no - non ce ne vogliano i dirigenti di SKY - perché il brano contiene una dedica che suona dolorosamente beffarda per migliaia di famiglie che hanno perso i propri cari per mano del terrorismo palestinese.

venerdì 6 ottobre 2017

Belli, i tempi dell'occupazione israeliana


L'UNCTAD (la Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo, NdR) ha rilasciato il mese scorso un rapporto, intitolato "Assistenza al popolo palestinese: lo sviluppo economico nei territori palestinesi occupati", con cui si tenta febbrilmente di distorcere le statistiche in modo da far ricadere sugli israeliani i mali dell'economia palestinese. A ben vedere, però, i dati mostrano una realtà diversa.
Quando West Bank e Gaza erano sotto il pieno controllo israeliano, la disoccupazione fra i palestinesi era virtualmente inesistente: il 2.8% della forza lavoro (NdR: a titolo di riferimento, il tasso di disoccupazione è oggi del 3.0% in Svizzera, del 3.6% in Germania, del 4.1% in Israele e del 4.4% negli Stati Uniti. Paesi senza dubbio in boom economico, o comunque dal ciclo economico solidissimo). Ma dopo l'approvazione degli Accordi di Oslo del 1993 la disoccupazione nei territori palestinesi montò, in concomitanza con la decisione dell'OLP di dichiarare guerra ad Israele.

giovedì 28 settembre 2017

Un palestinese denuncia all'ONU la corruzione del regime di Abu Mazen


È stata una giornata memorabile, quella di lunedì a Ginevra. Dove si è tenuta la 36esima sessione del Consiglio ONU per i Diritti Umani (OHCHR), un organismo composto da 47 nazioni, che con i diritti umani sovente non hanno alcuna confidenza: Qatar, Venezuela, Cina, Cuba, Egitto, Iraq, Arabia Saudita vi dicono qualcosa?
Un organismo autoreferenziale, corrotto e degno di fare la stessa fine della omologa Commissione ONU per i Diritti Umani, cancellata nel 2006 per manifesta incapacità di perseguire l'obiettivo originario della «promozione ed incoraggiamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali». Di fatto, questo costosi carrozzoni servono per fornire a stati canaglieschi una ribalta mediante la quale scagliarsi contro l'unico stato che in Medio Oriente garantisce da sempre democrazia, tutela delle minoranze, pluralità e libertà di pensiero, di culto e di espressione.
Anche questa sessione dell'OHCHR ha seguito il copione abituale: il tema all'ordine del giorno, manco a dirlo, era la situazione dei diritti umani in "Palestina". Erano iscritti a parlare il delegato dell'OLP: «Israele continua la sua politica coloniale e le sue violazioni»; quello siriano: «Israele persegue la giudeizzazione di Gerusalemme; il Qatar: «le violazioni razziste perpetuate da Israele...»; la Nord Corea: «Israele continua a commettere violazioni dei diritti umani in palestina». Di analogo tenore i deliri profferiti dai delegati di Pakistan, Venezuela e Iran: solita solfa, che ormai annoia anche chi odia a morte lo stato ebraico. Non se ne può più.
Ma quando il presidente dell'assemblea concede la parola al palestinese Mosab Hassan Yousef, il palazzo trema.

domenica 17 settembre 2017

L'inferno delle carceri palestinesi


Era come in un film dell'orrore. Legato al soffitto. Il suo inquisitore, palestinese, lo percuoteva sulle gambe. Gli hanno negato il cibo per un lungo arco di tempo, e quando gliel'hanno concesso, era a mala pena mangiabile.
Quando Sami, un palestinese di Nablus (nome e origine sono di fantasia per motivi di sicurezza) si addormentava o impiegava più di un minuto in bagno, i carcerieri gli gettavano acqua in faccia. Ed era acqua "buona".
Quando volevano fare sul serio, gli gettavano acqua bollente sul petto.
I segni sul corpo degli interrogatori subiti sono ora meno evidenti rispetto a quindici anni fa. Ma molte cicatrici sono ancora visibili.
Prossimo ai 40 anni, Sami di recente ha rivelato la sua storia al Jerusalem Post. Oscilla fra la depressione e un inquietante distacco del corpo dagli eventi: residui evidenti di sopravvivenza ad un trauma estremo.
Quando cinque agenti dei servizi segreti palestinesi lo prelevarono a forza dalla sua abitazione, in un pomeriggio ai tempi della seconda intifada, circa quindici anni fa, Sami era un giovane. Fu l'ultimo dei suoi giorni normali.

domenica 10 settembre 2017

Da quale pulpito scese la predica...

Danske Bank è il più grande istituto di credito di Danimarca. Nel 2014 la banca danese assecondò le istigazioni del movimento internazionale di boicottaggio di Israele, inserendo Bank Hapoalim nell'elenco di compagnie con cui non avrebbe più avuto relazioni di ogni sorta. La decisione, fu reso noto tre anni fa, era dettata dall'attività di finanziamento degli insediamenti ebraici in West Bank da parte della banca israeliana. Coerentemente, in precedenza Danske Bank aveva troncato ogni rapporto con Elbit Systems e Danya Cebus: rinomate aziende dello stato ebraico.
Quale nobiltà d'animo! quale profonda adesione ai genuini principi del politicamente corretto. Un campione di moralità, esemplare per il resto del mondo...