lunedì 8 settembre 2014

L'Europa stacca la spina alla Palestina?

di Donna Rachel Edmunds*

La frustrazione europea per la mancanza di passi in avanti verso la soluzione dei due stati per israeliani e palestinesi ha indotto alcuni commenti da parte delle massime autorità, secondo cui gli aiuti comunitari verso l'Autorità Palestinese potrebbero essere drasticamente ridotti entro 3-4 anni: «È evidente che la nostra politica non è sostenibile nel medio periodo in assenza di progressi sul fronte politico; e certo il denaro non basta per conseguirli», ha ammesso un funzionario dell'Unione ad EurActiv. «Si sperava che (i generosi finanziamenti, NdT) avrebbero incoraggiato un processo sul piano politico; ma così non è stato».
Il provvedimento scaverebbe un profondo solco nelle finanze palestinesi, dal momento che l'Europa risulta attualmente il principale donatore, con circa  milioni di euro erogati ogni anno (a cui si devono
aggiungere le elargizioni nei confronti di ONG che fiancheggiano l'ANP, NdT). Un consistente numero di funzionari di Ramallah sono pagati con fondi europei.
La Commissione di recente ha completato uno studio approfondito sui fondi elargiti ai territori palestinesi fra il 2008 e il 2013, intervistando circa 150 persone portatrici di interesse a Bruxelles, in Israele, nei Territori e a Washington. Sono stati prodotti diversi documenti. Gli autori hanno appurato che per l'ANP l'Europa è il partner più affidabile nonché il contributore più generoso; oltre ad «aver giocato un ruolo chiave negli sforzi di creazione di uno stato palestinese».
Tuttavia, gli stessi studi ammettono sconsolatamente che «la mancanza di processo democratico ha di fatto privato i palestinesi di meccanismo che rendano l'ANP responsabile, e che al contrario i copiosi finanziamenti erogati hanno scoraggiato questo processo». Si spingono nel riconoscere che non esiste un modo realmente efficace per assicurarsi che il denaro sia ben speso: un punto su cui si ritorna spesso è quello di porre in essere un approccio che leghi le erogazioni ai risultati, con i finanziamenti che sarebbero concessi in anticipo, ma solo per quei progetti che abbiano risultati misurabili, come la costruzione di infrastrutture idriche.

Il linguaggio adottato evidenzia il pregiudizio anti-israeliano. Ad esempio un rapporto cita la «occupazione israeliana e la politica degli insediamenti, oltre alla divisione politica del West Bank e di Gaza» come gli ostacoli più consistenti sulla strada verso la pace, senza soffermarsi sull'ostinazione palestinese nel riconoscere la legittimità dello stato israeliano, e senza menzionare i continui attacchi con razzi e missili nei confronti delle famiglie israeliane da parte di Hamas.
Questo atteggiamento è lampante anche nei commenti raccolti. Ad esempio Christopher Gunness, portavoce dell'UN relief and works programme (UNRWA) così dichiara ad EurActiv: «Risolvere le cause sottostanti al conflitto, vale a dire il blocco e l'occupazione, farebbe sì che il denaro dei contribuenti europei sarebbe speso meglio, e non occorrerebbe alcuna assistenza straordinaria».
Israele è chiamata a pagare anche per i danni prodotti dall'esercito agli immobili palestinesi costruiti con il denaro dell'Europa: «l'Europa dovrebbe ribellarsi, a nome dei propri contribuenti, e chiedere un indennizzo per tutte le infrastrutture distrutte», afferma Pieter Cleppe, direttore di Open Europe di Bruxelles.


Ad ogni modo, l'opportunità di proseguire con i generosi finanziamenti è stata sollevata dal contrasto fra la generosità nelle elargizioni all'Autorità Palestinese, da un lato, e l'austerità imposta a tutti gli europei, dall'altro. L'Europa è stata a lungo criticata per l'inefficienza dei fondi corrisposti. Per esempio, nel 2008 l'eurodeputato conservatore Daniel Hannan scrisse che «sta diventando sempre più evidente che le donazioni concesse stanno bloccando (anziché incoraggiarla, NdT) lo sviluppo delle istituzioni politiche nell'area. I palestinesi ricevono più fondi pro-capite, di qualunque altro popolo sulla Terra, e vivono in una delle aree più turbolente del pianeta. C'è un nesso fra le due cose».
E ancora: «Una Palestina basata sull'economia di mercato, in cui i cittadini si confrontano gli uno con gli altri, anziché rivolgersi allo stato, risulterebbe più stable. La classe proprietaria avrebbe un interesse nel perseguire l'ordine pubblico. Gli imprenditori sarebbero stimolati a mantenere rapporti amichevoli con le controparti; inclusa quella israeliana.
Ma nulla di tutto ciò accadrà, fino a quando i palestinesi resteranno intrappolati nello squallora della dipendenza. E l'Unione Europea, con i suoi metodi tanto consapevoli quanto idioti, sta continuando ad alimentare il conflitto».

* EU Considers Pulling the Plug on Aid to Palestine
su Breitbart.com.

2 commenti:

  1. Finalmente qualcuno si accorge che noi stringiamo la cinghia. Per un manipolo di mascalzoni guerrafondai che fanno dirci figli a test tanto il mangiare glielo diamo noi

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  2. I profughi palestinesi, inoltre, sono gli unici al mondo a mantenere lo stato di profughi per via ereditaria all'infinito. L'Europa, l'ONU e l'unrwa stanno mantenendo i profughi di quarta generazione che risiedono ed hanno cittadinanza in Giordania, Egitto, ecc dovendo cessare lo stato di profugo secondo il diritto internazionale. Cosi facendo possono usarli come pedine per rivendicare l'illegittimità dello stato d'Israele, sennò perderebbero i soldi degli aiuti umanitari e l'unrwa non avrebbe più motivo di esistere...

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