mercoledì 21 maggio 2014

Ai palestinisti non gliene va bene una

Non è davvero un buon momento per i filopalestinesi, popolari fino a quando non ne sono state svelate menzogne e omissioni. Mentre alle Nazioni Unite si discute il ridimensionamento dei generosi stanziamenti nei confronti dell'UNRWA, che a sua volta gestisce a Gaza e nel West Bank scuole in cui si insegna l'odio nei confronti degli ebrei; in buona parte del mondo arabo si riconosce lo splendore della democrazia israeliana, capace di mandare in galera persino un suo primo ministro. Non è un caso che aumenti in Israele la percentuale di arabi che non ci pensa proprio a rinunciare alla propria cittadinanza, in cambio del passaporto di un futuro, eventuale stato di Palestina.
In queste ore sta emergendo un nuovo caso "Al Durah". Succede che i disordini provocati dai palestinesi durante la ricorrenza della fondazione dello stato di Israele, inducono le forze di sicurezza israeliane - chiamate a garantire appunto l'ordine pubblico in larga parte del West Bank in ossequio agli Accordi di Oslo del 1993, sottoscritti anche dall'OLP - ad intervenire, disperendo la folla riottosa con mezzi non violenti. Una ONG filopalestinese diffonde un filmato, privo di diverse parti, che mostra due individui - appartenenti rispettivamente ad Hamas e al Fatah - accasciarsi improvvisamente al suolo; apparentemente, vittime di colpi di arma da fuoco. Immediate le accuse nei confronti dell'IDF, che rispedisce tutto al mittente, precisando che l'esercito ha in dotazione proiettili di gomma, e evidenziando le notevoli omissioni del filmato. Insomma, tutto fa pensare ad una messinscena, prontamente smascherata. L'IDF ha avviato un'indagine, ma lo scarso interesse indotto dalla denuncia di parte è rivelatore: alla propaganda di Pallywood e alle rivelazioni dei testimoni oculari dalle nostre parti non crede più nessuno.


E non finisce qui. Una delle principali argomentazioni in mano ai filopalestinesi, sta per essere definitivamente sbriciolata. Come è noto Abu Mazen ha preferito troncare i negoziati di pace, aderendo ad una quindicina di trattati e organizzazioni internazionali, e poi annunciando un'intesa riconciliatoria con i terroristi di Hamas. Obiettivo finale sarebbe quello di guadagnare la piena adesione dell'ANP alle Nazioni Unite: il che consentirebbe in linea teorica di adire la Corte di Giustizia Internazionale, chiamata eventualmente a giudicare la condotta di Gerusalemme nei confronti dei territori palestinesi.
Non ha tardato a manifestarsi la risposta del governo israeliano, che ha promesso analogo ricorso, a proposito del bombardamento quasi quotidiano che dalla Striscia di Gaza piove sulle città dell'Israele meridionale. Ma a sottolineare la natura di boomerang di questa vaga minaccia che sa sempre più di bluff, ci pensa oggi Luis Moreno-Ocampo, ex procuratore capo proprio della Corte de l'Aja.

Moreno ha rilevato come la CGI interviene soltanto in assenza di un sistema giudicante: «in una dittatura il regime ti può prelevare, ti fa scomparire e ti uccide; ma ciò non può avvenire qui, dove vige lo stato di diritto». Affinché la Corte Penale Internazionale possa intervenire, bisognerebbe dimostrare che i tribunali israeliani non sono equi nell'esprimere il proprio giudizio; il che è palesemente fuori discussione, come la recente condanna di Olmer - e quella precedente di Kazav - conferma. Moreno-Ocampo ha rilevato che una eventuale adesione palestinese al Tribunale dell'Aja da un lato sarebbe infruttifera, e comunque sarebbe improponibile prima di raggiungere una piena forma statuale; dall'altro esporrebbe la "Palestina" al giudizio di crimini contro l'umanità, per la condotta di Hamas, ora legato a doppio filo al Fatah del "minaccioso" e ricorrente Abu Mazen.

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