giovedì 3 aprile 2014

E anche questi colloqui di pace ce li siamo levati dai piedi


Anche questo avventuroso processo di pace può essere archiviato, in abbondante compagnia degli episodi precedenti. Il povero Pollard resterà in carcere: presumibilmente per poco più di un anno, quando sconterà i 30 anni di pena detentiva che solitamente rimpiazzono il carcere a vita. I 78 criminali palestinesi rilasciati in tre tranche continueranno a festeggiare e ad essere festeggiati a Ramallah e dintorni; privi della compagnia dei 26 detenuti residui che Gerusalemme non ha rilasciato, a fronte dell'indisponibilità di Abu Mazen a prolungare i colloqui oltre la scadenza naturale della fine del mese ('che in così poco tempo non si ricompone nemmeno un dissidio condiminiale; figurarsi un conflitto secolare). John Kerry smetterà di spargere anidride carbonica con le sue continue quanto velleitarie spole da e per il Medio Oriente: si accontenterà della riconoscenza neanche troppo convinta di Obama, che si terrà stretto il suo Premio Nobel.

mercoledì 2 aprile 2014

Quei perfidi alchemici degli israeliani...


Un grammo di eroina costa al massimo 30 euro. Un grammo di marijuana 5-6 euro; al massimo, 9 euro, stando a quello che si legge in giro. Non bisogna essere economisti per capire che a naso il traffico del primo stupefacente rende molto di più. Sempre dal punto di vista della teoria economica, sarebbe comodo comprare un prodotto che sul mercato si vende a 5 euro, e venderlo al dettaglio a 30 euro. Insomma: compri all'ingresso del "fumo", e lo vendi al consumatore per eroina. Oltretutto gli fai meno male; ma soprattutto moltiplichi i guadagni.
Figurarsi se questa "frode" fosse architettata da un intero Stato: sarebbe la scoperta del Sacro Graal: la coppa nella quale, secondo la leggenda, venne raccolto il sangue di Cristo dopo la sua crocifissione. E Proprio per questo, dotata di misteriosi poteri magici. Scoprire il modo per trasformare la marijuana in eroina renderebbe uno stato storicamente povero, privo di fonti di energia e di materie prime, attaccato direttamente dagli stati confinanti e indirettamente da mezzo mondo; boicottato - con scarso successo, peraltro - in tutte le sedi, incluse quella del commercio; farebbe di questo stato una mini-potenza economica.

lunedì 31 marzo 2014

Il boicottaggio europeo dei prodotti israeliani poggia su argomentazioni viziate

di Timon Dias*

In un mondo turbolento, governi e compagnie europee cercano ancora di boicottare i prodotti realizzati dalle società israeliane nel cosiddetto "West Bank". I boicottatori poggiano le loro argomentazioni sul fatto che il West Bank è un territorio occupato e che la presenza israeliana è un ostacolo ad una pace duratura. Entrambe le tesi sono completamente infondate.
In Occidente, si fa riferimento alla cosiddetta "Green Line" quando si discute del processo di pace. Alcuni sono soliti affermare che Israele dovrebbe ripiegare al di qua della Linea Verde, onde mantenere un profilo di legittimità e legalità. La Linea Verde è citata a proposito dei "confini del 1967"; ma si tratta di un'argomentazione errata. Sostenendo che la Linea Verde coincide con i confini del 1967, si fornisce l'impressione che questa linea sia stata varcata per porre in essere un'operazione militare espansionistica. La verità invece è opposta: la Green Line altro non è che la linea armistiziale del 1949; il punto dove la guerra di sterminio promossa dagli arabi si interruppe e dove Israele alla fine riuscì a neutralizzare il tentativo di genocidio del proprio popolo.
Anche la locuzione "territori occupati" sebbene non sia corretta, è sufficiente a mettere in difficoltà il sostenitore delle tesi di Israele, e ad esaltare progressisti e musulmani. È il caso di soffermarsi sulla fondatezza legale del termine "occupato", con riferimento al West Bank.

venerdì 28 marzo 2014

I "muri dell'apartheid" di cui non si parla


Da sempre le comunità minacciate da aggressioni esterne si proteggono ereggendo barriere difensive. Nel 1953 il governatore di New Amsterdam, che più tardi avrebbe cambiato nome in New York in onore del duca di York, concluse che si rendeva necessario costruire un muro di legno - alto 3,65 metri e lungo più di 400 metri - che proteggesse i coloni olandesi delle Nuove Olande dalle tribù indigene e dai vicini colonizzatori inglesi. Per ovvie ragioni, la strada che delimitava quella zona fu ribattezzata Wall Street.
Questa sana abitudine non è stata perduta nei secoli successivi, ne' ha quasi mai scatenato ostilità e disapprovazione. Nessuno ha nulla da obiettare nei confronti del muro che separa Stati Uniti e Messico, costruito in funzione anti-immigrazione clandestina; o di quello che protegge l'enclave spagnola di Ceuta nel territorio marocchino. C'é poi il muro che divide Corea del Nord e Corea del Sud, o ancora l'Oman dagli Emirati Arabi. Uno studio pubblicato lo scorso anno, censisce diecine di muri in tutto il mondo, spesso ignoti ai più, o trascurati per il loro scarso appeal politico-ideologico.

lunedì 24 marzo 2014

Da Khartoum a Washington: i "tre no" dei palestinesi


Era il mese di settembre 1967. Israele era uscito trionfante dalla Guerra dei Sei Giorni, scatenatagli contro tre mesi prima da Egitto, Siria e Giordania. Le speranze di Gerusalemme - di nuovo riunita, dopo l'occupazione giordana durata 19 anni - erano di indurre gli stati arabi confinanti ad una pace duratura, riconsegnando i territori conquistati a giugno. Ma le potenze arabe, riunitesi a Khartoum, in Sudan, decretarono un secco no: no alla pace con Israele, no al riconoscimento di Israele, no a trattative con Israele. Era l'inizio di un'intransigenza che non sarebbe stata smantellata dalla successiva Risoluzione ONU n. 242, che delineava una cornice fra arabi e israeliani, prevedendo il ritiro dello stato ebraico DA (si noti l'enfasi sulla preposizione semplice, e non articolata: non DAI territori, ma DA territori; ovvero, da parte dei territori, e non necessariamente dalla loro interezza) territori occupati durante il conflitto, in cambio della cessazione delle ostilità, del riconoscimento reciproco e del mutuo diritto a vivere in pace entro confini sicuri e riconosciuti.

domenica 23 marzo 2014

Palestinesi: «acqua? no grazie!»

I palestinesi si confermano coloro che non perdono mai occasione per perdere un'occasione; questa volta, per togliere ogni dubbio circa il loro ottuso autolesionismo. Qualche giorno fa un'agenzia di stampa ha reso noto un progetto elaborato dall'UNICEF, che gode di ampie coperture finanziarie (fino a 10 milioni di euro) da parte dell'Unione Europea; e finalizzato alla costruzione di impianti di desalinizzazione presso la Striscia di Gaza.
Nobile il proposito: fornire acqua potabile a 75 mila palestinesi, che soffrono ogni giorno della carenza di acqua potabile. Le agenzie di stampa, si sa, forniscono una materia prima - la notizia nuda e cruda - senza fronzoli ne' cornici interpretative; salvo, aggiungiamo, quando le fonti da cui reperiscono la notizia sono di parte palestinese; la quale in questo caso fornisce già un "semilavorato" informativo, se non un prodotto del tutto finito. Peccato, perché AFP poteva indugiare sui motivi per cui una larga parte dei palestinesi che popolano la Striscia non dispone di acqua potabile: avrebbe scoperto facilmente che Hamas preferisce investire denaro nell'acquisto di costosi armamenti dall'Iran, anziché migliorare le infrastrutture fognarie ed idriche. Tanto, si sa già a chi addossare la responsabilità, no?

venerdì 21 marzo 2014

Poveri milionari

Da quale pulpito scende la predica. Ieri l'Autorità Nazionale Palestinese ha accusato il regime di Hamas, che dal 2007 governa nel terrore la Striscia di Gaza proprio dopo aver violentemente espulso Al Fatah dall'enclave palestinese; l'ANP dicevamo ha accusato Hamas di corruzione e di non rappresentare il popolo palestinese. È il bue che da' del cornuto all'asino: a Ramallah il mandato presidenziale e il parlamento sono scaduti da più di cinque anni, e in molti sussurranno di conti milionari cifrati dell'entourage di Abu Mazen in Giordania, salvo poi pentirsene amaramente. Non solo: il portavoce del Fatah accusa l'organizzazione terrorista palestinese, rimasta orfana del patrocinio dei Fratelli Musulmani, di aver ammassato enormi fortune alle spalle dei palestinesi: addirittura si conterebbero 1.700 milionari fra dirigenti, gerarchi e gerarchetti di Hamas, arricchitisi con la lucrosa cresta che da sempre praticano sulle importazioni provenienti da Israele ed Egitto (queste ultime sempre meno per la detonazione dei tunnel clandestini che collegano il Sinai alla Striscia di Gaza). La stessa Hamas attenterebbe alla vita di Abu Mazen, secondo un esperto interpellato da Israel National News, il quale rileva come il pretesto sarebbe offerto dal difetto di rappresentività di un mandato scaduto ormai nel 2009. Ancora una volta, si sorvola sul fatto che Hamas condivideva il potere con Al Fatah dopo le elezioni generali del 2006, succedute allo sgombero unilaterale israeliano dell'anno precedente; e tale coabitazione è stata interrotta nel sangue.