La Guerra dei Sei Giorni, mossa da Egitto, Siria e Giordania nei confronti di Israele nel 1967, si è conclusa il 10 giugno di quell'anno con la riunificazione della capitale Gerusalemme, occupata dalle truppe giordane nel 1948, e con la conquista della penisola del Sinai, poi riconsegnata all'Egitto dopo sottoscrizione di trattato di pace del 1979, e delle Alture del Golan, annesse due anni dopo. Quanto ai territori di Giudea e Samaria, strappati alla Giordania che li aveva occupati nel 1949, e noti anche come West Bank per la circostanza di occupare la parte occidentale del fiume Giordano, essi non hanno mai guadagnato un pieno stato giuridico, dopo la formalizzazione posta in essere dalla Conferenza di Sanremo del 1920 che assegnò queste terre, provenienti dal disfacimento dell'impero ottomano, alla locale popolazione ebraica.
Il tentativo di Gerusalemme di dirimere da subito questa controversia - famosa la dichiarazione di Moshe Dayan, allora ministro della Difesa, che attendeva invano "un colpo di telefono" da parte dei leader arabi - ha sempre trovato il deciso rifiuto degli stati arabi; a partire dai famosi "tre no di Karthoum", dal nome della città dove si tennero gli incontri degli stati arabi belligeranti fra agosto e settembre 1967: no alla pace con Israele, no al riconoscimento di Israele, no a negoziazioni con Israele. La pace era una opzione non presa in considerazione; e quando l'Egitto coraggiosamente (ma inevitabilmente, dopo la disfatta della guerra dello Yom Kippur del 1973) abbandonò le armi, fu punito con l'espulsione dalla Lega Araba. Lo stato di guerra permanente nei confronti di uno stato grande quanto la Puglia è un'opzione inevitabile per regimi antidemocratici, illiberali e spesso brutali e spietati nei confonti della propria popolazione.
lunedì 30 settembre 2013
Facce da coloni
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venerdì 27 settembre 2013
Medicina senza frontiere
di Claudio Pagliara*
In 65 anni di esistenza, Israele ha raggiunto accordi di pace solo con due Paesi arabi: Egitto e Giordania. Alcuni membri di questo strano – e rissoso – condominio chiamato Medio Oriente si guardano bene dal chiamare lo Stato ebraico col suo nome, nel timore che così facendo ne giustifichino l’esistenza. Preferiscono l’eufemismo disprezzante di ”entità sionista”. Ma in questo buio orizzonte c’è almeno uno sprazzo di luce. I cittadini di questi Paesi si dimostrano più pragmatici dei loro leader. Una spia è il successo che stanno avendo nel mondo arabo i video con istruzioni sanitarie prodotti dalla mutua israeliana. I positivi talk back scritti dai fruitori contraddicono l’ostilità’ dichiarata dei loro leader.
Sei mesi fa Clalit – una delle mutue israeliane – ha postato su YouTube, in ebraico ed arabo, una serie di video educativi su argomenti quali allattamento, maternità , fisioterapia, diagnosi precoce di alcune malattie, ecc. L’iniziativa – che la nostra INPS farebbe bene a copiare – ha avuto un enorme successo: in poco tempo i video hanno superato il milione di click. Dall’analisi dei dati, emerge una relatà sorprendete. Solo 45 mila utenti sono israeliani. La metà, 560 mila, sono sauditi, 168 mila egiziani, 90 mila iracheni, 70 mila marocchini, 65 mila algerini, 42 mila giordani. Persino 11 mila cittadini della Siria dilaniata dalla guerra civile hanno visto i video educativi israeliani.
La stragrande maggioranza del pubblico arabo è stato attratto dal video sull’allattamento. è anche il video che ha ricevuto il più’ grande numero di commenti positivi. Come quello di Fatima: “Grazie per gli utili consigli”. Il Medio Oriente non smette mai di stupire, nel bene come nel male!
*Responsabile dell’Ufficio Rai per il Medio Oriente dal 2003. Riprodotto con il consenso dell'autore.
Sei mesi fa Clalit – una delle mutue israeliane – ha postato su YouTube, in ebraico ed arabo, una serie di video educativi su argomenti quali allattamento, maternità , fisioterapia, diagnosi precoce di alcune malattie, ecc. L’iniziativa – che la nostra INPS farebbe bene a copiare – ha avuto un enorme successo: in poco tempo i video hanno superato il milione di click. Dall’analisi dei dati, emerge una relatà sorprendete. Solo 45 mila utenti sono israeliani. La metà, 560 mila, sono sauditi, 168 mila egiziani, 90 mila iracheni, 70 mila marocchini, 65 mila algerini, 42 mila giordani. Persino 11 mila cittadini della Siria dilaniata dalla guerra civile hanno visto i video educativi israeliani.
La stragrande maggioranza del pubblico arabo è stato attratto dal video sull’allattamento. è anche il video che ha ricevuto il più’ grande numero di commenti positivi. Come quello di Fatima: “Grazie per gli utili consigli”. Il Medio Oriente non smette mai di stupire, nel bene come nel male!
*Responsabile dell’Ufficio Rai per il Medio Oriente dal 2003. Riprodotto con il consenso dell'autore.
giovedì 26 settembre 2013
Chi è veramente Rohani?
Non convincono i modi gentili del neopresidente iraniano Rowhani. La barba curata, l'aspetto bonario da docente universitario in pensione, e l'approccio meno rude e cafonesco rispetto al predecessore Ahmadinejad ha colto di sorpresa l'opinione pubblica occidentale, che si era ben abituata ai deliri di Ahmadinejad. Ma la sostanza non cambia. E scavando nel passato del presidente designato de facto degli ayatollah, si hanno conferme sulla cautela giustamente adottata dai paesi più esposti alla minaccia atomica iraniana.
Nel 2003, sotto la presidenza Khatami, Rohani divenne capo negoziatore sul nucleare, e l'anno successivo firmò la sospensione del programma atomico: «sul suolo iraniano non ci saranno mai più centrali per l'arricchimento dell'uranio». Infatti furono spostare nel sottosuolo, disseminate in punti strategici e difficilmente attaccabili. È stato di parola.
Nel 2003, sotto la presidenza Khatami, Rohani divenne capo negoziatore sul nucleare, e l'anno successivo firmò la sospensione del programma atomico: «sul suolo iraniano non ci saranno mai più centrali per l'arricchimento dell'uranio». Infatti furono spostare nel sottosuolo, disseminate in punti strategici e difficilmente attaccabili. È stato di parola.
martedì 24 settembre 2013
Come combattere le offese
Ce n'é per tutti. L'altro giorno il famigerato Ahmad Tibi, deputato arabo del parlamento israeliano (circostanza che maledettamente toglie
molte argomentazioni a chi sostiene che da queste parti vi sia apartheid) e acceso antisionista, sostiene che la presenza di ebrei sul
Monte del Tempio di Gerusalemme sia intollerabile per la contaminazione che essi producono ai danni del terzo luogo sacro dell'Islam, dopo
la Mecca e Medina, e subito prima di Roma. E pazienza che il Monte del Tempio sia il luogo sacro per eccellenza dell'ebraismo, che da
queste parti si trova da qualche secolo prima della comparsa sulla Terra di Maometto...
Dal punto di vista dell'esponente arabo della Knesset, è giusto accogliere i fedeli in visita al Tempio con lancio di sassi e oggetti contundenti da parte di disponibilissimi giovanotti palestinesi. Un modo energico di combattere una manifestazione del proprio credo religioso.
Dal punto di vista dell'esponente arabo della Knesset, è giusto accogliere i fedeli in visita al Tempio con lancio di sassi e oggetti contundenti da parte di disponibilissimi giovanotti palestinesi. Un modo energico di combattere una manifestazione del proprio credo religioso.
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Spiragli di pace in Medio Oriente
Ci sarà mai la pace fra israeliani e palestinesi?
certo, come no.
A Gaza Hamas sfila per la pace. E sembra molto credibile.
Anche i teneri, innocenti bambini hanno negli occhi la normalità e la spensieratezza.
E i genitori fanno di tutto per coltivare questi valori.
C'è da essere fiduciosi nel futuro. La pace si coltiva ogni giorno e queste immagini ne sono la prova.
certo, come no.
A Gaza Hamas sfila per la pace. E sembra molto credibile.
Anche i teneri, innocenti bambini hanno negli occhi la normalità e la spensieratezza.
E i genitori fanno di tutto per coltivare questi valori.
C'è da essere fiduciosi nel futuro. La pace si coltiva ogni giorno e queste immagini ne sono la prova.
lunedì 23 settembre 2013
Alla Apple non conoscono la geografia
Dov'é Ittoqqortoormiit? non lo sa nessuno. Ci sono pochi dubbi sulla collocazione geografica e politica di Jakarta (Indonesia), o di Johannesburg (Sudafrica), ma la città dal nome impronunciabile citata è situata in Groenlandia: lo afferma con sicurezza il nuovo sistema operativo (iOS7) della Apple, che elenca le città di tutto il mondo per consentire i settaggi internazionali. Salvo rimediare una magra figura quando deve collocare Gerusalemme: non sa dove sia.
Alcuni fanno oggi ancora confusione, indicando in Tel Aviv anziché Gerusalemme come capitale dello stato ebraico. L'occupazione giordana, proceduta ininterrottamente dal 1948 fino alla Guerra dei Sei Giorni del 1967, ha inciso significativamente sui libri scolastici di storia e geografia, se è vero che molti anziani appaiono in tal modo confusi. Eppure la sede del governo israeliano è a Gerusalemme, qui si svolge l'attività legislativa della Knesset, il parlamento israeliano; e sempre qui risiede la Corte Suprema di Giustizia, la Banca Centrale di Israele e la maggior parte dei ministeri. Non dovrebbe essere così difficile stabilire in quale stato si collochi Gerusalemme.
Alcuni fanno oggi ancora confusione, indicando in Tel Aviv anziché Gerusalemme come capitale dello stato ebraico. L'occupazione giordana, proceduta ininterrottamente dal 1948 fino alla Guerra dei Sei Giorni del 1967, ha inciso significativamente sui libri scolastici di storia e geografia, se è vero che molti anziani appaiono in tal modo confusi. Eppure la sede del governo israeliano è a Gerusalemme, qui si svolge l'attività legislativa della Knesset, il parlamento israeliano; e sempre qui risiede la Corte Suprema di Giustizia, la Banca Centrale di Israele e la maggior parte dei ministeri. Non dovrebbe essere così difficile stabilire in quale stato si collochi Gerusalemme.
domenica 22 settembre 2013
Urge una immediata riforma dell'UNRWA
di Timon Dias*
Secondo un recente studio, il popolo palestinese ha ricevuto, in termini reali aiuti pari a 25 volte quelli ricevuti dagli europei delle nazioni devastate dalla II Guerra Mondiale sotto il Piano Marshall. Secondo lo studio, la maggior parte di questi fondi sono stati veicolati verso il popolo palestinese tramite la United Nations Relief and Work Agency for Palestine Refugees in the Near East (UNRWA). Si tratta dell’unica agenzia delle Nazioni Unite concepite specificatamente per una sola popolazione; l’unica che definisce come rifugiati coloro che hanno vissuto per almeno due anni in una specifica area nel momento in cui è scoppiata la guerra arabo-israeliana del 1948. E si tratta anche dell’unica agenzia che identifica i discendenti degli originari rifugiati come anch’essi rifugiati, sebbene il 90% di quelli che l’UNRWA originariamente definì come tali che non si sono mai allontanati dal luogo di origine.
L’UNRWA, inoltre, viola la convenzione dei rifugiati dell’UNHCR, continuando a considerare rifugiati due milioni di persone (il 40% dei beneficiari delle erogazioni dell’UNRWA) che godono di piena cittadinanza in Giordania, Siria e Libano, incoraggiando loro oltretutto a pretendere un fantomatico “diritto al ritorno”.
Secondo un recente studio, il popolo palestinese ha ricevuto, in termini reali aiuti pari a 25 volte quelli ricevuti dagli europei delle nazioni devastate dalla II Guerra Mondiale sotto il Piano Marshall. Secondo lo studio, la maggior parte di questi fondi sono stati veicolati verso il popolo palestinese tramite la United Nations Relief and Work Agency for Palestine Refugees in the Near East (UNRWA). Si tratta dell’unica agenzia delle Nazioni Unite concepite specificatamente per una sola popolazione; l’unica che definisce come rifugiati coloro che hanno vissuto per almeno due anni in una specifica area nel momento in cui è scoppiata la guerra arabo-israeliana del 1948. E si tratta anche dell’unica agenzia che identifica i discendenti degli originari rifugiati come anch’essi rifugiati, sebbene il 90% di quelli che l’UNRWA originariamente definì come tali che non si sono mai allontanati dal luogo di origine.
L’UNRWA, inoltre, viola la convenzione dei rifugiati dell’UNHCR, continuando a considerare rifugiati due milioni di persone (il 40% dei beneficiari delle erogazioni dell’UNRWA) che godono di piena cittadinanza in Giordania, Siria e Libano, incoraggiando loro oltretutto a pretendere un fantomatico “diritto al ritorno”.
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