giovedì 28 febbraio 2013

Questo è apartheid?

E' di origine etiope la bellissima Yityish Aynaw, 21 anni, di Nethanya, la nuova Miss Israele 2013. Commessa in un negozio di scarpe, ha fatto aliyah ed è arrivata con la sua famiglia in Israele quando aveva dodici anni.
Splendida visione per gli occhi. Brutto colpo per i detrattori dello stato ebraico, e per i residui sostenitori della strampalata accusa di apartheid. Bisognerà inventarsi qualche altra frottola. Ma tanto, ormai, chi ci crede più?
Nel filmato, i momenti finali del concorso di bellezza, con la premiazione della vincitrice a 1h20' del filmato.

mercoledì 27 febbraio 2013

La Siria paladina dei diritti umani?

L'agenzia di stato siriana SANA ha ben motivo di esultare: il delegato di Damasco è appena stato confermato, con un voto all'unanimità, quale membro del comitato per la decolonizzazione in seno alle Nazioni Unite. Scopo del comitato è quello di sradicare la sottomissione, il dominio e lo sfruttamento dei popoli.
Bizzarra decisione, quella del Palazzo di Vetro: lo stesso che condanna il regime di Assad per i 70.000 morti provocati in meno di due anni di genocidio. Un riconoscimento, quello appena fornito, che rappresenta un premio che legittima gli omicidi di massa, denuncia la ONG "UN Watch", di stanza a Ginevra.
La Siria, ricorda UN Watch, siede ancora in due comitati dell'UNESCO per i diritti umani, senza che nessuno abbia trovato il coraggio di denunciarlo.

lunedì 25 febbraio 2013

Soffiare sul fuoco delle rivolte orchestrate

Ancora oggi è abbastanza diffusa la convinzione che la cosiddetta "Seconda Intifada" del 2000, scoppiò spontaneamente in seguito alla visita del leader del partito di opposizione al governo, Ariel Sharon, al Monte del Tempio, che i musulmani chiamano "spianata delle moschee" perché ospita fra l'alto la moschea della Cupola della Roccia, dalla quale Maometto sarebbe asceso al cielo in sella ad un cavallo alato dalla testa di donna e coda di pavone. In realtà, quella visita - una "provocazione" che avrebbe indotto la "sollevazione spontanea" dei palestinesi - era programmata da tempo: qualche giorno fa l'emittente televisiva Channel 10 ha mandato in onda un documentario in cui è stato testimoniato il consenso fornito da Jibril Rajoub, ministro allora dell'Autorità Palestinese, al ministro degli interni israeliano. Inoltre, Arafat aveva già deciso a luglio, quando fece saltare il tavolo di Camp David attorno al quale si discuteva di pace, di imbracciare la lotta armata come unico mezzo per perpetrare il suo potere mantenendo uno stato di perenne tensione. Era l'unico mezzo per custodire ricchezze e potere, e al tempo stesso evitando l'assalto dell'opposizione interna e dei rivali storici di Hamas; e pazienza se ciò comportava l'accantonamento dell'ipotesi di uno stato palestinese...

giovedì 21 febbraio 2013

I palestinesi meritano uno stato?

di Dan Calic*

Con il presidente Obama atteso presto in Israele, mi permetto di formulare quella che per molti è una domanda retorica: ma i palestinesi, lo meritano uno stato autonomo? Obama e buona parte della comunità internazionale ritengono di sì. Ma se diamo un'occhiata da vicino alla situazione, scopriamo diversi aspetti che non vanno ignorati. Ad esempio, si tratterebbe di un vicino pacifico per Israele? migliore risposta non può che sopravvenire esaminando alcune linee guida dell'OLP e del Fatah, il partito dominante di cui Mahmoud Abbas è presidente.
Dallo stato dell'OLP in effetti apprendiamo: "...la fondazione dello stato di Israele è illegale" (articolo 19); "gli ebrei non costituiscono un singolo stato con un'identità autonoma" (articolo 20). Nello stato di Fatah leggiamo: "...la completa liberazione della Palestina, e lo sradicamente dell'esistenza economica, politica, militare e culturale sionista" (articolo 12); "la rivoluzione popolare armata è il metodo ineluttabile per liberare la Palestina" (articolo 17); "la lotta non si esaurirà fino a quando lo stato sionista sarà demolito, e la Palestina liberata completamente" (articolo 19). Sono questi obiettivi e finalità di uno stato pacifico?

lunedì 18 febbraio 2013

Dove sono finiti tutti i miliardi versati ai palestinesi?

di Barry Rubin*

Il primo ministro dell'Autorità Palestinese (AP) Salam Fayyad ha dichiarato che il regime è a corto di liquidità. Un lettore nel frattempo mi chiede: «mi puoi spiegare perché a 20 anni dagli Accordi di Oslo e con miliardi di dollari di aiuti internazionali, l'AP non dispone di moderni ospedali? perché i paesi donatori versano contributi a pioggia senza manco aspettarsi qualche minimo risultato che salvi la faccia?»
E' una buona domanda. La risposta breve è: conti in Svizzera. In altre parole, una consistente quantità di denaro è stata distratta. Non c'è niente di peggio di governanti - specie un popolo povero - che da un lato lamentano le condizioni misere del proprio popolo, e dall'altro ne approfittano. Ovviamente, un osservatore che vede i palestinesi in condizioni di povertà, tende a biasimare per questo Israele, in tal modo esacerbando la causa effettiva di questa situazione: la politica intransigente dei leader palestinesi.
La ricchezza personale del "presidente" Mahmoud Abbas è stimata in 100 milioni di dollari. Per avere un'idea delle cifre in ballo, si sommi a questa somma i milioni di dollari di esponenti di primo e secondo piano dell'AP e del partito Al Fatah, assieme alle centinaia di milioni di dollari che Arafat ha trafugato all'estero. Una cifra di mezzo miliardo di dollari destinata in vent'anni ad un'entità che governa poco più di due milioni di anime.

domenica 17 febbraio 2013

Continuano le vessazioni dei palestinesi

Fra Israele e Striscia di Gaza c'é una condizione di guerra cronica permanente. Ne abbiamo avuto prova lo scorso anno, con le migliaia di razzi e missili sparati dai terroristi di Hamas verso le città meridionali dello stato ebraico; al punto di indurre l'IDF ad un'operazione militare che ha ridimensionato nel breve periodo la costante minaccia dell'organizzazione terroristica che controlla l'enclave palestinese dal 2007. Nessuna meraviglia che in virtù di questo stato, il transito di persone e cose fra i due territori sia controllato e centellinato (ma ciò non impedisce che da Israele a Gaza giungano ogni settimana tonnellate di generi alimentari e beni di prima necessità).
Ciò che sorprende e rattrista, è che le restrizioni avvengano anche sul versante meridionale della Striscia di Gaza.

sabato 16 febbraio 2013

La farsa è finita, andate in pace

Hai voglia tu a credere che il percorso di pace tracciato dagli Accordi di Oslo - riconoscimento di Israele, riconoscimento dei trattati di pace precedentemente sottoscritti, rinuncia alla lotta armata e al terrorismo - stia producendo dopo vent'anni i suoi sudati frutti; hai voglia ad insistere nel giudicare "Abu Mazen" un interlocutore moderato, altro che i terroristi di Hamas; hai voglia a credere che il riconoscimento dell'autorità nazionale palestinese come stato osservatore non membro alle Nazioni Unite possa rappresentare un primo passo verso un futuro stato palestinese; hai voglia a versare fiumi di denaro, e pazienza se nel frattempo ad arricchirsi sono soltanto i clan e le consorterie legate al successore di Arafat: la realtà è che la pace rappresenta una chimera che si avvicina soltanto nella mente degli ingenui. Che poi uno ci crederebbe pure che esistono i moderati, oltre agli integralisti, e che sì, insomma, si possa tollerare un po' di corruzione, i toni razzisti («il futuro stato palestinese sarà judenrein»), l'indisponibilità ad impegnarsi seriamente in un negoziato bilaterale, fatto di sacrifici e di concessioni reciproche; ma poi capisce che la brama di conservare il potere personale - se le elezioni a Ramallah e dintorni si tenessero oggi, Al Fatah (il partito di Abu Mazen) le perderebbe drammaticamente - e il peso ormai schiacciante di Hamas nei rapporti fra le due fazioni palestinesi, finiscono per chiarire inesorabilmente cosa ci aspetta.