domenica 28 dicembre 2014

Il conflitto israelo-palestinese, in poche parole


Un'associazione israeliana ha organizzato una visita in Israele e nel West Bank per 37 bambini palestinesi che hanno perso un genitore questa estate durante la Guerra di Gaza. I bambini, i cui padri erano perlopiù appartenenti all'organizzazione terroristica Hamas, caduti nel tentativo di uccidere gli israeliani, avrebbero dovuto incontrarsi con coetanei israeliani in comunità residenti nei pressi del confine con la Striscia di Gaza, avrebbero dovuto visitare uno zoo, e per essi era prevista un'audizione a Ramallah al cospetto del presidente dell'Autorità Palestinese. Il governo di Gerusalemme aveva rilasciato i permessi di ingresso per i bambini e per cinque accompagnatori adulti, e la visita era stata coordinata con le autorità israeliane.
Stamattina, mentre le associazioni israeliane attendevano i bambini con regali e dolcetti, il gruppo è stato bloccato poco prima della frontiera da Hamas, che ha sostenuto di aver disposto la revoca del viaggio perché esporrebbe i bambini a "normalizzazione"; un modo per definire il mutuo riconoscimento e la comprensione fra israeliani e palestinesi.
«Questi bambini un giorno potrebbero governare Gaza. A quel punto avrebbero ricordato questo viaggio e compreso che potremmo vivere in pace, fianco al fianco», ho sospirato uno degli organizzatori. «Questo viaggio avrebbe potuto rappresentare un enorme abbraccio per essi».
L'odiosa crudeltà di Hamas - che non risparmia i bambini orfani dei padri ad essi affiliati - è sconcertante, ma non sorprendente. La differenza fra noi ed essi non potrebbe essere più lampante.

Dalla pagina Facebook di Avi Mayer.

sabato 27 dicembre 2014

Vendere case ad ebrei è punibile con la morte

In un recente articolo, Reuters ha documentato l'esistenza di un cospicuo numero di arabi israeliani, che vivono nei quartieri a maggioranza ebraica di Gerusalemme. Ovviamente, non è proprio così che si è espressa l'agenzia di stampa a proposito della località di residenza: Reuters parla di «insediamenti ebraici nelle terre occupate di Gerusalemme Est». L'articolo si sofferma anche sul fatto che di recente alcuni arabi abbiano abbandonato questi luoghi per «l'escalation di violenze», come se i recenti attachi terroristici siano stati condotti a Gerusalemme contro arabi anziché contro gli ebrei.
Ma parte più cialtronesca dell'articolo si rileva quando si descrive il caso di un proprietario ebreo, che si è rifiutato di vendere il proprio terreno ad un arabo; il quale in seguito è riuscito ad entrarne in possesso servendosi di un intermediario ebreo. Quello che l'articolo non menziona è che, secondo il diritto vigente nell'Autorità Palestinese, gli arabi che vendono terre agli ebrei commettono un reato punibile con i lavori forzati se non con la morte. Riporta il Times of Israel:

giovedì 18 dicembre 2014

Israele deve prendere l'iniziativa alle Nazioni Unite


di Emmanuel Navon*

A quanto pare l'Organizzazione per la liberazione della palestina (OLP) intende proporre una bozza di risoluzione al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (UNSC), finalizzato ad imporre un pieno e incondizionato ritiro israeliano, dietro le linee armistiziali che hanno separato lo stato ebraico dalla Giordania fra il 1949 e il 1967. Ma anziché fare pressioni sugli Stati Uniti affinché oppongano il veto, e piuttosto che convincere la Francia a proporre una bozza di risoluzione apparentemente più benigna; Israele dovrebbe sottoporre la propria, di risoluzione, all'UNSC.
Una risoluzione da parte di Gerusalemme chiederebbe la rinuncia definitiva da parte dei palestinesi al cosiddetto "diritto al ritorno", e l'impegno da parte dell'ONU a smantellare la United Nations Relief and Works Agency (UNRWA) entro due anni. In questo modo, i membri del Consiglio di Sicurezza dovrebbero esprimersi su due risoluzioni: una, proveniente dall'OLP, che chiede il ritiro incondizionato di Israele; e l'altra, supportata da Israele, che impone la cessazione del cinico perpetrarsi dell'annosa questione dei rifugiati palestinesi. I membri dell'UNSC che supportano la "soluzione dei due stati" dovrebbero chiarire perché intendono proporre un elemento di questa soluzione (la cessazione del controllo parziale di Israele su alcuni territori del West Bank); e non un altro: vale a dire l'assurda pretesa secondo cui sei milioni di persone dovrebbero da un giorno all'altro diventare cittadini israeliani, il che presto risulterebbe incompatibile con la sopravvivenza del secondo stato.
Il rifiuto dell'OLP di accantonare tutte le rivendicazioni - inclusa quella secondo cui tutti i discendenti all'infinito di chi nel 1948 abbandonò Israele, dovrebbero vantare un diritto ad insediarsi nello stato ebraico - è il motivo per cui Yasser Arafat respinse a fine 2000 la proposta di pace avanzata da Clinton, che assicurava allo stato palestinese il 96% del West Bank; e per cui Mahmoud Abbas fece altrettanto a settembre 2008 nei confronti della proposta del PM Olmert, che prevedeva per lo stato palestinese il 99% del West Bank, mediante scambi territoriali. Abbas (noto anche col nome di battaglia di Abu Mazen, NdT) chiarì che non aveva alcuna intenzione di tornare alla sua città natale, ma avrebbe pur potuto cambiare idea; senza però fare altrettanto a proposito dei sei milioni di "rifugiati" palestinesi. Appena un paio di mesi fa, in un'intervista ad un quotidiano egiziano, ha precisato: «non sbatteremo la porta in faccia a chi desidera ritornare».

mercoledì 17 dicembre 2014

L'ipocrisia occidentale si abbatte sui bambini

Il massacro di ieri a Peshawar, in Pakistan, dove almeno 126 bambini hanno perso la vita, trucidati da estremisti islamici talebani che li hanno cercati aula per aula, per spezzare il sogno di una vita dignitosa attraverso lo studio; è l'ultimo crimine all'infanzia da parte dell'Islam "radicale"; 'che se esiste un Islam moderato, che si sta mobilitando e scorrendo impetuoso per le strade per dichiarare il proprio sdegno e la propria condanna e dissociazione, è pregato di farsi notare meglio. Drammatiche le testimonianze riportate: «Venivano a cercarci nelle classi». I terroristi, di numero imprecisato ma compreso fra sei e nove "uomini", intendeva così vendicare (sic!) l'assegnazione del premio Nobel per la Pace alla pakistana Malala Yousafzai, rea anch'essa di aver rifiutato l'intransigenza talebana, e la cui frequentazione delle scuole fu punita con un colpo di proiettile alla testa.

martedì 16 dicembre 2014

Denunciamo tutti l'apartheid in Medio Oriente!

di Jerold S. Auerbach*

Il presidente dell'Autorità Palestinese Mahmoud Abbas, in carica per il decimo anno di un mandato di quattro anni, di recente ha diffamato il governo israeliano, bollandolo come «di apartheid». Parlando al Cairo nell'ambito di una riunione di emergenza della Lega Araba, ha sentenziato: «non riconosceremo mai l'ebraicità dello stato di Israele». Abbas appare vistosamente disturbato dal disegno di legge "stato ebraico", proposto dal Primo Ministro Netanyahu, che identificherebbe Israele come «lo stato-nazione del popolo ebraico». Nessuna nazione araba del Medio Oriente immaginerebbe mai, ne' tantomeno proporrebbe, una normativa che prevede un così ampio spettro di diritti e tutele per le minoranze religiose, culturali ed etniche, come si appresterebbe a fare Israele. Gli ebrei, tanto per dire, da decenni sono stati sbattuti fuori dalle loro abitazioni e privati di ogni bene da regimi palesemente antisemiti.
Abbas è l'ultimo a poter formulare accuse di apartheid. Come è noto, la sua tesi di laurea sosteneva che i sionisti fossero collusi con il regime criminale nazista. Più volte si è cimentato in oltraggiosi giri di parole a proposito dell'Olocausto: pur avendolo etichettato come «odioso crimine», ha ripetutamente additato i "sionisti" come corresponsabili per la morte di un milione (sic! non sei milioni!) di ebrei. In più occasioni il boss palestinese ha promesso che non un solo ebreo metterà piede in quello che si avvia a diventare un razzista stato di Palestina, se e quando sarà costituito. E tuttora supporto la famigerata risoluzione ONU del 1975, secondo cui il sionismo sarebbe una forma di razzismo; benché quella risoluzione sia stata ritirata 16 anni dopo.

venerdì 12 dicembre 2014

Acidità morale

Un palestinese è fermo sulla Statale nel Gush Etzion, a sud di Gerusalemme. Fa l'autostop. L'auto di una famiglia, con a bordo tre bambini, si ferma e gli offre un passaggio. Il palestinese sale a bordo e spruzza un acido sul volto delle bambine, ferendole. Poi cerca di dileguarsi, e nella fuga aggredisce un passante con un giravite. Poi viene ferito e neutralizzato, e condotto all'Hadassah Medical Center, dove sarà curato con la consueta professionalità.
Subirà un processo e sarà probabilmente condotto in carcere. Nel frattempo Abu Mazen condannerà la barbarie israeliana, verserà un lauto compenso alla famiglia del terrorista, e andrà al Palazzo di Vetro per denunciare "l'occupazione sionista". Del terrorista attentatore, e di centinaia di altri come lui, sarà chiesta la scarcerazione; denunciandola come "detenzione illegittima di prigionieri politici". Una volta presumibilmente rilasciato - dopo la liberazione di civili israeliani sequestrati, presumibilmente; anche il "ministro palestinese" rimasto l'altroieri vittima di infarto è stato scarcerato in cambio della liberazione di oltre mille prigionieri - tornerà a delinquere, e ad attentare alla vita di altri innocenti.
Mezza Unione Europea nel frattempo impartirà lezioni di moralità allo stato ebraico, chiamato a piegarsi a questi e ad altri attacchi, per dimostrare la propria statura; e, nel frattempo a «non esasperare ulteriormente gli animi».

giovedì 11 dicembre 2014

I palestinesi servono un'altra bufala: la morte di Ziad Abu Ein

Un soldato israeliano soccorre Ziad Abu Ein, prima di essere allontanato.
I fatti sono ormai noti a tutti: stampa e telegiornali ci hanno ricamato abbondantemente sopra, capitalizzando al massimo un assist imperdibile. Un "ministro senza portafoglio" - carica che in una sedicente Autorità, screditata dalla riluttanza da sei anni a sottoporsi al giudizio degli elettori, non si rifiuta certo ad alcuno - dell'ANP è rimasto ucciso nell'ambito di scontri con l'esercito israeliano; incaricato dagli Accordi di Oslo sottoscritti dall'OLP della sicurezza nelle aree B e C del West Bank. Questo, tanto per chiarire come la presenza dell'IDF in quelle zone sia non solo legittima, ma anche auspicata dalle parti contendenti.
Il dubbio verteva sulle cause del decesso, sebbene impettiti mezzibusti di mezzo mondo abbiano immediatamente sentenziato in modo inappellabile una precisa responsabilità. L'esercito israeliano, che si è precipitato a fornire immediate cure mediche al dirigente palestinese, ha affermato che Ziad Abu Ein sia morto per un attacco cardiaco, ma i palestinesi hanno respinto le proposte di intervento sanitario, indugiando in pose drammatiche davanti ai flash dei fotografi, prima di fiondarsi verso l'ospedale, dove il ministro è giunto privo di vita.
È doloroso perdere una persona simile. Abu Ein era membro del Consiglio rivoluzionario di Al Fatah, noto anche con il nome di Organizzazione Abu Nidal, riconosciuta da vent'anni come di natura terroristica fra le più pericolose al mondo. Dopo essere stato estradato dagli Stati Uniti nel 1981 per l'assassinio di due israeliani nel 1979, in cui lo stesso Abu Ein ebbe un ruolo principale, è stato condannato all'ergastolo nel 1982, prima di essere scarcerato tre anni dopo. Bizzarro che una persona priva di scrupoli, senza cuore; possa essere tradita proprio dal cuore.

martedì 9 dicembre 2014

La chiamano la "religione di pace"

Un nuovo studio internazionale evidenzia che ci sono stati quasi 10.000 attacchi terroristici nel 2013: il 44% in più rispetto all'anno precedente; perlopiù in quattro stati, fra cui il Pakistan.
L'Institure for Economics and Peace, con sede a Londra, afferma che questi attacchi hanno provocato quasi 18.000 vittime.
Il Global Terrorism Index, elaborato dall'IEP, indica in quattro gruppi i principali responsabili di questi attacchi: lo Stato Islamico, Boko Haram, Al Qaida e i talebani. Da solo, sono responsabili dei due terzi delle uccisioni.
Sempre secondo il rapporto, più dell'80% delle vittime è stato registrato in Iraw, Afghanistan, Pakistan, Nigeria e Siria. Aggiunge che l'Iraq è lo stato più flagellato dal terrorismo, con 2.492 attacchi e complessivamente oltre 6.300 vittime. La maggior parte per mano dello Stato Islamico.
Segue l'Afghanistan con 1.148 attacchi terroristici e 3.111 morti. Il Pakistan si attesta al terzo posto su 162 nazioni monitorate, con 2.345 vittime di 1.933 attacchi.

Fonte: VinMedia.

sabato 6 dicembre 2014

Perché uno stato palestinese diventerà fonte di instabilità in Medio Oriente

di Khaled Abu Toameh*

I palestinesi sanno bene che se e quando avranno un loro stato, non potranno più contare sui loro fratelli arabi. Gli stati arabi hanno la fama di aver sempre voltato le spalle ai palestinesi: non solo dal punto di vista finanziario, ma anche per bisogni basilari come i trattamenti sanitari.
Che cosa succederà dopo la creazione di uno stato palestinese? i palestinesi sanno da ora che non potranno contare sulle nazioni arabe per costruire il loro stato. Oggi è molto più facile per un palestinese ottenere assistenza sanitaria in Israele, o in Turchia o in Germania, che in qualunque stato arabo. La tragica vicenda di Razan al-Halkawi, la ragazzina di 11 anni proveniente dalla Striscia di Gaza, è uno dei tanti pro-memoria del disinteresse degli arabi verso i palestinesi.
Al-Halkawi, malata da mesi, è morta questa settimana dopo che le autorità egiziane le hanno rifiutato l'ingresso alle strutture sanitarie locali. Al pari di centinaia di palestinesi, alla bambina non è stato concesso l'uscita dalla Striscia di Gaza a causa della permanente chiusura del valico di Rafah, chiuso un mese fa dalle autorità del Cairo dopo che un attacco terroristico nel Sinai ha prodotto 30 morti fra i soldati egiziani.
Il giorno successivo alla morte della bambina di Gaza, l'Egitto ha finalmente riaperto il valico, ma solo per due giorni, onde consentire ai palestinesi che si trovavano in Egitto di ritornare a casa. Migliaia di palestinesi attendevano da quattro mesi questo momento. Diversi residenti a Gaza hanno lamentato ai giornalisti il duro trattamento nelle mani degli egiziani: «preferivamo i missili che ci cadevano in testa (durante la guerra di questa estate, NdT)», ha esclamato una donna.

giovedì 4 dicembre 2014

Quei "giornalisti" e "politici" al servizio del terrorismo palestinese

Col passare delle settimane si ridimensiona inevitabilmente il conteggio delle vittime civili del conflitto della scorsa estate a Gaza. Il numero complessivo dei moti rimane immutato; si modifica la composizione: prevalgono militari e militanti, si riducono i civili, fra cui purtroppo spiccano gli scudi umani adottati da Hamas in spregio alla Convenzione di Ginevra. Un crimine di guerra che sarà fatto pesare, quando finalmente i territori palestinesi saranno riconosciuti come stato.
Nel frattempo tardano ad asciugarsi le lacrime versate da Irina Bokova, direttore generale dell'UNESCO, che ad agosto denunciava l'uccisione di Abdullah Murtaja, di professione giornalista. L'agenzia ONU sottolineava il ruolo insostituibile della stampa nella società moderna. Il fatto che il reporter in questione fosse dotato di un moderno fucile non ne sminuisce la missione: chi non possiede un'arma da fuoco?

mercoledì 3 dicembre 2014

Hamas recluta pescatori e muratori per la prossima guerra di Gaza

Dopo aver dilapidato miliardi di euro nel vano tentativo di persuadere i palestinesi ad intavolare finalmente negoziati di pace con gli israeliani, l'Europa decide di firmare una nuova cambiale in bianco riconoscendo preventivamente uno stato lungi dall'essersi costituito; privo di un governo, privo di confini definiti e definitivi, privo di un'economia e persino di una moneta; e soprattutto privo della volontà di vivere in pace con tutti gli stati confinanti, nessuno escluso.
Ma su una cosa sono imbattibili i palestinesi: nell'arte di dissimulare, trafficare e tradire la fiducia dei malcapitati disposti a fornirgliela. Hamas non ha rimpianto per molto la distruzione dei tunnel sotterranei che collegavano la Striscia di Gaza all'Egitto, e che fornivano cospicue entrate grazie alla lucrosa cresta praticata sulle merci in transito. Quell'opera di demolizione, è vero, è costata la vita a centinaia di ignari palestinesi, fatalmente sorpresi dall'allagamento praticato con acque di fogna, dalla demolizione con le ruspe e dai bombardamenti dell'aviazione del Cairo mentre contrabbandavano; ma la vita terrena è un concetto relativo e secondario, davanti al conseguimento dell'Obiettivo Supremo della distruzione dell'odiato nemico ebraico. Così, si apprende che Hamas sta attivamente collaborando con la filiale giordana dei Fratelli Musulmani per trafugare armi nel West Bank e a Gaza.

venerdì 28 novembre 2014

Hamas SpA


di Moshe Elad*

Il concetto che esponenti di Hamas di primo piano come Mousa Abu Marzook e Khaled Meshal, che ordinano la violenza in nome del jihad, possano al contempo essere imprenditori che hanno ammassato una fortuna che farebbe invidia agli uomini d'affari di Londra, Parigi o New York; può colpire molti lettori ignari, o risultare propagandistico o fantascientifico. Ma in Medio Oriente la retorica politica o religiosa e i profitti terreni non sono affatto antitetici. Anzi, spesso procedono di pari passo.
Ne' la commistione fra interessi politici e militari, e interessi economici è di esclusiva pertinenza di Hamas, o di altre organizzazione islamiche. Quando ero governatore militare israeliano del distretto di Tiro durante la Prima Guerra del Libano, chiesi di incontrare il locale responsabile di polizia, ma mi fu riferito: «è disponibile soltanto di mattina. Nel pomeriggio si prende cura dei suoi affari». «Affari?», esclamai. «Certo!», rispose il mio interlocutore; «gestisce una catena di supermercati».
Nei miei due anni in Libano appresi che quasi tutti i dirigenti pubblici, incluse le forze dell'ordine, sono al contempo titolari di imprese private. Il capo di polizia in questione, per esempio, faceva pressione affinché le persone che ad egli si rivolgevano, acquistassero generi alimentari dal suo negozio. Poiché i valori occidentali come il conflitto di interessi, la trasparenza e l'efficienza della pubblica amministrazione, sono ignoti o trascurati in questa parte del mondo; molti dirigenti mediorientali considerano la funzione pubblica come un modo per fare fortuna, e molti dipendenti pubblici accettano questo atteggiamento, nella speranza di condividere le briciole della ricchezza del capo.

lunedì 24 novembre 2014

La prova definitiva: la Palestina esisteva prima di Israele!


Un video inedito comprova definitivamente che la Palestina era abitata dai palestinesi, ben prima che nel 1948 fosse proclamato il moderno Stato di Israele. Le riprese propongono un incontro di calcio, tenutosi nel 1939, fra la "Palestina", appunto, e l'Australia. Si potrebbe dire che lo stato oceanico abbia riconosciuto lo stato palestinese, ben prima dei parlamenti di Svezia, Regno Unito e Spagna.

domenica 23 novembre 2014

Un'apartheid scomodo da denunciare

Lo squallore del campo profughi di Yarmouk, in Siria
L'apartheid di cui non si parla ancora a sufficienza: quello praticato dagli arabi, nei confronti di altri arabi. Il non parlarne, nell'ambito dell'opinione pubblica occidentale, appare una chiara manifestazione di razzismo? («che si scannino fra di loro, sono essere inferiori»), ostentata pur di non correre il rischio di fornire un endorsement allo stato ebraico.
Questa riflessione di Khaled Abu Toameh, premiato e stimato giornalista arabo israeliano, è stata vergata alcuni anni fa; ma è sempre attuale: specie se si considera che fu pubblicata a marzo 2010, esattamente un anno prima della guerra civile che in Siria ha provocato oltre 200.000 vittime. Un sanguinoso genocidio, che non ha risparmiato oltre 9.000 bambini, secondo stime delle stesse Nazioni Unite; e almeno 2.400 palestinesi: tutti civili, e molti più di quelli addebitati da Hamas a Gerusalemme, nell'ambito dell'ultima guerra di Gaza.


di Khaled Abu Toameh*

Come mai gli studenti libanesi che di recente hanno accusato Israele di "crimini di guerra" nella Striscia di Gaza, non hanno nulla da dire a proposito del fatto che diecine di migliaia di palestinesi sono stati massacrati in Libano negli ultimi quarant'anni?
Diecine di rifugiati sono stati uccisi, e centinaia feriti nell'offensiva di tre mesi che ha distrutto altresì migliaia di abitazioni nei campi profughi. I giornalisti presenti affermano che si tratta della peggiore ondata di violenze interne in Libano da quando il "paese dei cedri" fu flagellato dalla guerra civile del 1975-1990. Appena tre anni fa, l'esercito del Libano impiegava l'artiglieria pesante per bombardare il campo rifugiati di Nahr-al-Bared, nel Libano settentrionale.
Eppure non si ode alcuna voce di condanna dal Palazzo di Vetro, rivolta verso la Siria o il Libano per le orrende atrocità commesse, o per le discriminazioni ai danni dei palestinesi.

venerdì 21 novembre 2014

Mi dicono che in Israele c'é l'apartheid: è vero?

Sono orgoglioso di proporre la trascrizione di un intervento che la maestra e amica - in ordine di tempo - Barbara ha tenuto ad Udine, nell'ambito di una conferenza patrocinata dalla locale università.
Sebbene si tratti di riflessioni note ai più, tutt'oggi il vecchio cliché dell'apartheid imperante in Israele è duro a morire. Una simile strampalata accusa incoraggia e compatta il fronte degli irriducibili antisemiti; e fa ridere chi vanta una minima conoscenza dei fatti. Ma non sempre si hanno sotto mano dati e informazioni che smentiscano questo assunto.
Come è noto, Israele è stato inizialmente osservato con tiepida positività dall'ambiente della Sinistra mondiale: l'URSS considerava lo stato ebraico un ostacolo all'influenza americana in Medio Oriente. L'atteggiamento dell'universo progressista è mutato dopo la guerra scatenata dalle potenze arabe nel 1967, conclusasi con la sorprendente affermazione schiacciante di Israele; e soprattutto all'indomani della vergognosa risoluzione ONU 3379 del 1975, poi ritirata.
Malgrado alcune aperture, larghi strati dell'opinione pubblica sono rimasti vincolati ad uno schema mentale viziato sotto diversi aspetti; condizionati da una propaganda facilmente smontabile. Mi fa piacere lasciare a Barbara lo spazio necessario a chiarire definitivamente come non vi sia altro stato al mondo dove la convivenza fra diverse razze, diverse culture, diverse lingue e diverse religioni sia pacifica, armoniosa e caratterizzata da gioiosa accettazione e convinta tolleranza.


giovedì 20 novembre 2014

La Giordania commemora i terroristi

La bandiera di Palestina, in un dizionario Larousse del 1939
I fatti si svolsero come tutti sanno. Alla fine del 1947 le Nazioni Unite danno finalmente seguito ad un impegno adottato nel 1920 con la Conferenza di Sanremo, votando la partizione del mandato britannico in Medio Oriente, ed istituendo due stati: uno arabo, e uno ebraico. Sebbene la decisione del Palazzo di Vetro comportasse una vistosa mutilazione - lo stato moderno di Israele sarebbe sorto su un'area di circa 1/6 del territorio assegnato alla Gran Bretagna 27 anni prima affinché ne facesse la patria nazionale degli ebrei - gli ebrei accettarono: e nacque lo stato di Israele. Gli arabi rifiutarono - allora non vi era alcuna menzione di una popolazione palestinese: palestinesi erano indicati gli ebrei, tant'é vero che la bandiera di Palestina del 1939 riportava la stella di David e i colori del moderno Israele - e di lì a breve scoppiò la guerra di indipendenza. Uno stato palestinese avrebbe potuto sorgere a novembre 1947. Ma le potenze arabe che contornavano i due proposti stati, si opposero, e indussero gli arabi indigeni a lasciare le loro case. Gli arabi che vivevano in Israele divennero cittadini israeliani a tutti gli effetti, con tutti i diritti e doveri. Gli arabi che risiedevano nello stato arabo che sarebbe sorto sulla porzione dell'ex mandato britannico in Palestina respinsero il piano di partizione dell'ONU; indotti dai governi arabi a ritenere che la guerra si sarebbe conclusa nel giro di pochi giorni, e che sarebbero tornati presto alle loro case. Perché accontentarsi del 50%, quando puoi ottenere tutta la posta?

martedì 18 novembre 2014

A Gerusalemme uccisi quattro israeliani e l'obiettività della stampa

È bancarotta morale per l'informazione. Oggi a Gerusalemme è stato raggiunto il culmine, ma si fa sempre in tempo a scivolare ancora più in basso. A quest'ora i principali giornali online hanno riportato la notizia del grave attentato a Gerusalemme, dove due arabi sono penetrati all'interno della sinagoga di HarNof armati di pistole, coltelli e asce, uccidendo all'urlo di "Allah hu Akbar" quattro fedeli raccolti in preghiera, e ferendone 13, di cui almeno quattro gravemente. Sopraggiunte, le forza di polizia si sono cimentate in un conflitto a fuoco, che ha lasciato per terra i due terroristi.
Vediamo come stanno commentando i principali giornali l'attentato; ennesimo di una lunga e drammatica sequenza, documentata clamorosamente soltanto in minima misura.
«Attentato in sinagoga, strage a Gerusalemme», titola La Stampa, che aggiunge: «Morti quattro fedeli ebrei, uccisi anche i due attentatori. La rivendicazione di Hamas». Titolazione neutrale, per cogliere la provenienza palestinese degli attentatori bisogna il primo rigo della corrispondenza. Ma tutto sommato è una proposta ragionevole, in confronto ad altre scellerate.

domenica 16 novembre 2014

Le agenzie di stampa lavorano sotto dettatura palestinese?

di Pesach Benson*

Alcuni giorni fa, l'Organizzazione per la liberazione della palestina ha diffidato i giornalisti stranieri dall'impiegare la denominazione "Monte del Tempio" nell loro corrispondenze dai luogi sacri di Gerusalemme. Secondo l'OLP, il luogo sacro dell'ebraismo si troverebbe in territori occupati, per cui ogni riferimento ad esso diverso da Haram al Sharif (traducibile in "santuario nobile") lederebbe le aspirazioni palestinesi.
Il sito è denominato Monte del Tempio (Har HaBayit in ebraico) perché è dove si collocava il Tempio fatto costruire da Salomone e poi da Erode. Ebrei e cristiani conoscono questo luogo con questo nome da millenni, prima che una linea verde intersecasse fittiziamente la Città Santa.
Ora arriva l'OLP e sostiene che "Monte del Tempio" è un nome improprio e politicizzato.
A questo punto mi chiedo se questa breve del corrispondente Reuters Jeffrey Heller è scritto per compiacere i palestinesi, o è soltanto sciatteria. Tenuto conto dell'ammonimento dell'OLP, le mie antenne hanno incominciato a vibrare:

sabato 15 novembre 2014

Erdogan: «l'America? l'hanno scoperta i musulmani»...

Non deve essere un bel periodo per Barack Obama. Il simpatico presidente americano è uscito con le ossa rotte dalle recenti elezioni di medio termine che hanno consegnato ai democratici il minor numero di seggi degli ultimi 85 anni, e come se non bastasse, viene snobbato da Rohani, che ignora le sue accorate missive - a quanto pare, l'Amministrazione USA vuole portare a casa almeno un risultato dal Medio Oriente; per quanto tragicamente sciagurato possa essere l'imprimatur americano alla bomba atomica degli ayatollah.
Non sono migliori i rapporti con gli altri stati musulmani dell'area: l'Egitto ha voltato le spalle ad Obama, avendo preferito Al Sisi al fratello musulmano Mohammed Morsi, e la Turchia fa di tutto per indispettire l'alleato americano, nonostante Obama abbia interceduto a favore di Erdogan, a proposito dei fatti della Mavi Marmara. Risultato? un marinaio "yankee" qualche giorno fa è stato spintonato, strattonato e minacciato da un gruppo di facinorosi turchi. Fra alleati, devono essere scambi di cortesie abituali...

venerdì 14 novembre 2014

Hamas fa la cresta sugli aiuti ai palestinesi

Nulla di nuovo sotto il sole di Gaza. L'organizzazione terroristica che da sette anni decide le sorti dei palestinesi che hanno la sventura di affacciarsi sul Mediterraneo continua a lucrare copiosamente dalla sua posizione di dominus incontrastato. Malgrado il sedicente governo unitario palestinese, infatti, le vecchie abitudini non sono tramontate: venute meno le laute entrate provenienti dal contrabbando praticato mediante le migliaia di tunnel fatti saltare in aria o allagati dall'Egitto, Hamas ha dovuto reperire nuove fonti di finanziamento. Le esose "concessioni governative" sui carburanti, sui beni di consumo e sull'apertura di nuove attività non sono sufficienti a mantenere il tenore di vita di - si stima - oltre 1700 milionari, quasi tutti appartenenti all'organizzazione sunnita; e dunque provvidenziale è stata l'ultima guerra di Gaza, che ha provocato danni che richiederanno anni per essere riparati.

mercoledì 12 novembre 2014

Quei nababbi di Hamas

Nell'eterna lotta per il potere e l'accumulazione di ricchezze fra Al Fatah e Hamas, questi si aggiudica un prestigioso riconoscimento. Alle spalle dell'imprendibile Stato Islamico, che beneficia delle entrate derivanti dalla vendita di contrabbando di petrolio, nella classifica per ricchezza si colloca ora l'organizzazione terroristica che governa dal 2007 la Striscia di Gaza.
È il risultato di un rapporto realizzato da Forbes, che misura in 1 miliardo di dollari il patrimonio - mobiliare e immobiliare - ammassato da Hamas: soltanto la metà rispetto alla ricchezza netta detenuta dall'ISIS; con la differenza che questa beneficia delle entrate derivanti dalla vendita di petrolio, mentre Hamas ottiene fondi dagli stati che lo comprano, il petrolio.
La maggior parte delle entrate proviene infatti dalle donazioni internazionali, che puntualmente finiscono nelle tasche dei terroristi - così come fino a dieci anni fa gonfiavano i conti svizzeri della famiglia Arafat - e dal bilancio dell'UNRWA. Che non sputa nel piatto dove mangia, al punto da aver commissionato una eloquente vignetta, nella quale un israeliano intento ad arrendersi viene minacciato e presumibilmente ucciso da sgherri di Hamas. Non c'è pietà per nessuno: ne' per chi combatte i terroristi, ne' per chi li avversa. E meno male che si trattata della pagina Facebook degli insegnanti operanti nei territori palestinesi sotto le bandiere delle Nazioni Unite...

sabato 8 novembre 2014

Al posto di uno stato, otto emirati palestinesi

In concomitanza con la morte di Yasser Arafat, venerdì una serie di esplosioni ha colpito a Gaza abitazioni e proprietà appartenenti ad Al Fatah, il partito di Abu Mazen. Dopo aver apparentemente accantonato una sanguinosa rivalità, che culminò nel 2007 con il colpo di Stato con cui Hamas si è insediata a Gaza, eliminando fisicamente diecine di appartenenti alla fazione rivale; il governo unitario palestinese traballa. Secondo testimonianze raccolte dalla stampa, le denotazioni sarebbero state innescate proprio da uomini di Hamas, che tiene tuttora in pugno l'enclave palestinese, e ha affermato a chiare lettere di non accettare la titolarità esclusiva dell'ANP nella gestione della massa di denaro (5,4 miliardi di dollari) che sta per piovere sulla Striscia.
L'Alto rappresentante per la politica estera, signora Mogherini, ha auspicato entusiasticamente di vedere la nascita di uno stato palestinese al termine del mandato conferitole. Ignorando la realtà locale, e trascurando tutti gli sforzi finalizzati al conseguimento di una pace duratura, profusi dal governo israeliano prima che lo stesso Abu Mazen rovesciasse clamorosamente il tavolo delle trattative, replicando un atteggiamento sprezzante non nuovo per il fondatore di Al Fatah di cui si "celebra" oggi il decimo anniversario della scomparsa.
La signora Mogherini finge di non sapere che lo stato di fatto palestinese costituitosi nella Striscia di Gaza, ha dichiarato sostanzialmente guerra a Gerusalemme dal giorno successivo allo sgombero unilaterale dello stato ebraico, avvenuto nell'estate 2005; e che un disimpegno definitivo da Giudea e Samaria (West Bank, o Cisgiordana, secondo l'accezione giordana), sarebbe verosimilmente preceduto da una assunzione di potere da parte di Hamas ad est del Giordano, con la concreta possibilità di schierare missili e razzi ad una manciata di chilometri da Tel Aviv. Facile fare diplomazia con il sangue degli altri.
Quanto più la diplomazia europea si sforza di evocare la mitica soluzione dei "due stati per due popoli" (antipasto di uno stato solo per un solo popolo; e pazienza per l'altro...), tanto più questa soluzione appare irrealizzabile. Sul tema si è espressa intelligentemente Mordechai Kedar, direttore del Center for the Study of the Middle East and Islam, in un'intervista concessa a Russia Today, di cui il Borghesino propone qui la libera traduzione.

giovedì 6 novembre 2014

L'educazione delle giovani generazioni palestinesi


Zuhair Hindi è un giovane insegnante. Presta servizio presso una scuola dell'UNRWA, l'agenzia ONU concepita esclusivamente per i rifugiati palestinesi. Non tutti gli edifici dell'UNRWA sono impiegati come deposito di armi e munizioni, o per ospitare le riunioni esecutive di Hamas: presso il campo profughi di Jabalya, a nord della Striscia di Gaza, il nostro Hindi si occupa di allevare e formare le giovani menti dei palestinesi. Un nobile intento che viene perseguito con scrupolosa dedizione e amorevole attaccamento alla causa. Quella di Hamas.

lunedì 3 novembre 2014

Arrivano i miliardi: palestinesi a bocca asciutta

Non si sono ancora spenti i riflettori sulla grande conferenza del Cairo, che ha riunito i donatori internazionali, rappresentati da una cinquantina di ministri e alti esponenti delle principali ONG internazionali. Sontuoso il piatto: più di 5 miliardi di dollari (5,4 miliardi, per l'esattezza), di cui uno offerto soltanto dal "generoso" Qatar. Non hanno mancato di promettere un lauto assegno gli Stati Uniti e l'Europa, ancora attanagliata da una crisi esasperata dall'austerità fiscale autoimpostasi.
Non sono mancate le perplessità. Per quanto possa sembrare cinico, ci sono intere popolazioni al mondo che denunciano un reddito pro-capite sensibilmente più basso di quello palestinese, e che versano in condizioni drammatiche; ciò malgrado, non suscitano alcuna attenzione ne' mobilitazione. non sono abbastanza politicamente corrette, ci dicono.
E poi: siamo sicuri che i destinatari di questi aiuti finanziari spenderanno saggiamente questa enorme massa di denaro? il dubbio è lecito, alla luce dei milioni di euro precedentemente elargiti dall'Occidente, e prontamente impiegati in armamenti e munizioni.

domenica 2 novembre 2014

I crimini di guerra di Hamas


di Larry Hart*

Ora che le ostilità a Gaza sono cessate, almeno per il momento, incominciano a trapelare frammenti di informazioni da parte dei giornalisti che hanno seguito in loco il conflitto. Buona parte delle informazioni fornite conferma le accuse di Israele circa la condotta e la strategia di Hamas, che potrebbe fruttare all'organizzazione terroristica una accusa per crimini di guerra.
L'impiego di scudi umani, lo sbandierare morti e feriti, il fornire dati inventati sulle vittime, il tutto accompagnato da una costante opera di intimidazione dei reporter allo scopo di far emergere sempre e soltanto la versione di Hamas: non si tratta più di propaganda israeliana.
Dei circa 700 giornalisti presenti a Gaza, molti si sono prestati a questa mistificazione, vantando un orientamento ideologico che considerava Hamas il soccombente rispetto al cattivo Israele imperialista e guerrafondaio. Ma per fortuna c'è un po' di giustizia a questo mondo. Stavo incominciando a perdere la fiducia, dopo l'articolo di Creede Newton che documentava la storia dei tre soldati israeliani suicidatisi dopo l'ultimo conflitto.
Ma, a due mesi dall'ultima guerra di Gaza, fra 30 e 40 giornalisti hanno vuotato il sacco, spiegando ciò che si è parato davanti ai loro occhi, e perché non hanno potuto denunciarlo a suo tempo: intimidazioni, minacce di espulsione immediata e di confisca dell'attrezzatura, se non di peggio. Altri giornalisti sono rimasti lì e magari vorrebbero tanto tornare in Europa a descrivere gli orrori di Hamas, ma temono le intimidazioni e le pressioni dei terroristi.

venerdì 31 ottobre 2014

Se non è antisemitismo, che cos'é?

Tira una brutta aria a Pennsylvania Avenue. A pochi giorni dalle elezioni di medio termine che rinnovano una parte significativa dell'assemblea legislativa americana, i sondaggi sul gradimento dell'operato del presidente continuano a mantenere una parabola discendente: soltanto il 43% ne approva l'operato, stando a quanto reso noto da Gallup. Malgrado l'economia fornisca dati incoraggianti, la maggior parte degli americani volta le spalle all'ex senatore junior dell'Illinois; convinto che la delusione discenda dalla politica estera americana.
È per questo che nelle ultime ore si accavallano voci secondo cui sarebbe partente il segretario di Stato Kerry: nuova vittima sacrificale dell'ego del presidente, che due anni fa fece fuori una Hillary Clinton che iniziava a diventare troppo ingombrante. Più comoda una figura mediocre e a tratti grottesca come Joe Biden...
Vedremo se il titolare di una sciagurata politica estera americana cambierà di nuovo. Certo sarebbe difficile rimpiangere JFK (sono le iniziali di Kerry!), resosi protagonista nelle ultime ore di una clamorosa quanto sconsiderata dichiarazione: secondo il titolare degli Esteri americano, il Monte del Tempio di Gerusalemme, il sito più sacro dell'ebraismo, dovrebbe essere completamente bandito agli ebrei. Soltanto i musulmani avrebbero titolo per presenziarvi, essendo Gerusalemme (terzo) luogo sacro per l'Islam, pur non essendo mai citata nel Corano.

mercoledì 29 ottobre 2014

Le bizzarre preferenze del presidente Obama

Strana creazione, la democrazia. Un abito che si indossa in svariati modi, a seconda delle latitudini e delle stagioni. Due anni fa il presidente Obama, temendo per la sua rielezione, esortò il governo israeliano a desistere dal fermo proposito di garantire l'incolumità della sua popolazione colpendo le installazioni nucleari iraniane. Sarebbe stato un intervento risolutivo e già sperimentato con successo nel passato (Operazione Babilonia 1981); ma l'ex senatore junior dell'Illinois, già allora in calo di consensi, preferì non aprire uno nuovo spinoso fronte di politica estera, e riuscì a dissuadere il governo di Gerusalemme - con cui non è mai andato d'accordo - promettendo un intervento successivo. Puntualmente giunto: oggi Washington è sempre più alleato; del regime di Teheran, di cui di fatto garantisce la continuazione del programma di arricchimento dell'uranio.
Non soddisfatto di questo colpo basso, un alto esponente dell'amministrazione Obama ha trovato il modo di definire Netanyahu una "merda di gallina" (chickenshit), espressione alquanto sgradevole per definire una persona codarda e priva di attributi maschili. Il riferimento è sempre all'Iran, che ormai avrebbe collocato i propri impianti sufficientemente al riparo dai strike a sorpresa israeliani. Beffarda la dichiarazione fornita: «È troppo tardi per fare qualunque cosa. Due, tre anni fa, si poteva agire. Ma in ultima analisi, non era capace (Netanyahu, NdR) di prendere provvedimenti. È stata una combinazione del nostro intervento e della sua incapacità di assumere decisioni drammatiche. Adesso è troppo tardi».

domenica 26 ottobre 2014

I Paperoni del Medio Oriente

di Hillel Frisch*

Se le autorità di un qualsiasi Paese sviluppato al mondo, fornisse sussidi ai propri cittadini nel modo con cui la comunità internazionale dispensa aiuti ai palestinesi, sarebbe messa alla berlina per palese discriminazione, se non per razzismo. Sarebbe questa perlomeno la sentenza emessa da qualunque tribunale, chiamato ad esprimersi circa gli aiuti forniti a 4,2 milioni di palestinesi (stime Banca Mondiale), rispetto ai sussidi concessi all'Etiopia - un alleato dell'Occidente - o a qualsiasi altro stato africano.
Che ci sia una discriminazione è fuori discussione. Nel 2013 l'Etiopia ricevette 3,2 miliardi di dollari di aiuti finanziari. Nello stesso anno i palestinesi hanno beneficiato di circa 2 miliardi di dollari di donazioni; e questo prima dell'ultimo conflitto fra Israele e Hamas.
Apparentemente, questi dati non sembrano scandalosi: dopotutto gli etiopi ricevono il 50% di denaro in più rispetto ai palestinesi. Ma ci sono due aspetti, indispensabili per giudicare le modalità di assegnazione dei fondi, che modificano radicalmente il quadro.
Anzitutto, la popolazione etiope è venti volte superiore alla popolazione palestinese del West Bank e Gaza: stiamo parlando di 94 milioni di etiopi, rispetto a 4,2 milioni di palestinesi. Ciò vuol dire che in media un palestinese riceve 15 volte gli aiuti ottenuti dagli etiopi: 476 dollari, contro appena 35 dollari. Ma la discriminazione non finisce qui.

sabato 25 ottobre 2014

"Not in my name": campagna lodevole ma mistificatoria

di Jake Neuman*

In risposta agli atti barbarici dello Stato Islamico in Medio Oriente, nel Regno Unito i musulmani hanno avviato una campagna intitolata "Not in My Name" (Non a nome mio, NdT). Ad essere benevoli la si può definire una campagna di disinformazione per ingannare i non musulmani ignari circa gli insegnamenti macabramente violenti dell'Islam. Ecco alcune citazioni degli organizzatori:

«I musulmani britannici prendono posizioni contro lo Stato Islamico, lanciando una campagna sui sociale media per recapitare un importante messaggio: odio e violenza non rappresentano questa religione».

«In tanti ritengono che gli estremisti si nascondano dietro un falso Islam».

Qadir, uno degli organizzatori, si dichiara stanco come musulmano di essere etichettato come terrorista in quanto musulmano a causa di gruppi che commettono atti terroristici, afferma: «il mondo non comprende che tutto ciò non è consentito sotto l'Islam... noi vogliamo dichiarare al mondo che questi gruppi non rappresentano la nostra fede. Nell'Islam non c'è spazio per questi gruppi; essi si nascondono dietro la nostra fede per giustificare gli atti atroci che commettono».

giovedì 23 ottobre 2014

Uno stato palestinese?

di Louis René Beres*

Quando il presidente americano Barack Obama annuncia agli Stati Uniti che lavora ad una "soluzione per due stati", e quando il segretario di Stato Kerry ribadisce il concetto - e quando Svezia e Regno Unito (e presto Spagna e Francia) votano a favore di uno stato palestinese - dovrebbero stare attenti a ciò che auspicano.
Sebbene non vi sia una legittimazione formale per la consacrazione statuale, il leader palestinese Mahmoud Abbas, il 26 settembre 2014, ha sentenziato alle Nazioni Unite che «l'ora dell'indipendenza dello "stato di Palestina" è giunta». Due anni prima l'Autorità Palestinese (AP) ha conseguito il riconoscimento di stato non membro dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ma ciò non equivale a piena sovranità.
Potrebbe anche non esserci giustificazione - che sia etica, legale o geopolitica - nel combattere una guerra contro lo Stato Islamico in Siria e Iraq; e allo stesso tempo sollecitare il riconoscimento statuale dell'area che comprende il West Bank (Giudea e Samaria) e la Striscia di Gaza, sotto il controllo dei terroristi dell'AP e di Hamas.
L'approccio al conflitto israelo-palestinese riassunto nella "soluzione dei due stati", sollecitato con forza da Stati Uniti, Svezia e Regno Unito, si basa su una serie di sviste. In primo luogo, sottoscrive la retorica araba della "occupazione" israeliana.
Atti di terrorismo e di violenza da parte degli arabi nei confronti degli ebrei - che vivono in questa area da quasi tremila anni - si sono verificati molti anni prima del riconoscimento formale di Israele come stato indipendente. Il Massacro di Hebron del 1929 è probabilmente l'esempio più noto, ma il terrorismo arabo si è manifestato per tutto il periodo del Mandato Britannico compreso fra il 1920 e il 1948.

mercoledì 15 ottobre 2014

I negatori dei diritti umani sullo scranno più alto dell'ONU

Il potere lorora chi non ce l'ha; sentenziava sornione qualcuno. E, in compenso, rafforza chi ce l'ha. In Turchia il partito di Erdogan è al potere ininterrottamente dal 2002, e progressivamente sta abbattendo la laicità dello stato fortemente voluta da Ataturk, dimostrando una crescente intolleranza verso l'opposizione politica, verso la magistratura e verso la libertà di stampa. La crescente islamizzazione della società e dei costumi, la repressione dei movimenti di protesta e il sadico cinismo con cui si sta affrontando la questione curda, dimostrano una intolleranza che colloca Ankara ai vertici delle violazioni internazionali dei diritti umani.
Non da meno è il Venezuela. La popolazione è allo stremo per le misure di politica economica che stanno massacrando i conti dello stato; quelli noti, dal momento che il governo si rifiuta da mesi di rilasciare le stime su crescita e inflazione. L'elezione di Nicolás Maduro, delfino e successore di Chavez, è stata fortemente contestata dall'opposizione, e le proteste di piazza hanno lasciato per terra nove morti e diecine di feriti. I media sono imbavagliati, l'opposizione è zittita e messa in condizione di non disturbare il regime, le forze di polizia sono note per gli abusi ai quali si abbandonano, e Freedom House colloca lo stato al penultimo posto per libertà di stampa nel continente americano, precedendo soltanto Cuba.

domenica 12 ottobre 2014

Il "genocidio" ignorato dei palestinesi

Il genocidio comincia sempre con il silenzio, è stato scritto da qualche parte, ad opera di gente che evidentemente ha a cuore le sorti di chi soffre inascoltato. Secondo un'organizzazione internazionale, sono oltre 2500 i palestinesi uccisi finora: 2512, per l'esattezza, decimati dall'aviazione e dall'artiglieria di Assad, che prende di mira deliberatamente i campi profughi di Yarmouk, in Siria.
Per essi non ci saranno paginoni a pagamento sul New York Times, non ci saranno denunce alle Nazioni Unite, nessun parlamentare presenterà interpellanze al governo, nessun consigliere regionale o comunale o circoscrizionale si prenderà la briga di prenotare un albergo nel Vicino Oriente per attestare la sua pelosa solidarietà, nessuna ONG di quelle che fanno notizia denuncerà la repressione brutale, nessuno strampalato comico o vignettista raffigurerà il sangue sparso e la tragedia ignorata dei palestinesi di questa terra funestata da una guerra civile che ha prodotto oltre 190.000 morti.

venerdì 10 ottobre 2014

La verità sulla morte dei "bambini che giocavano a pallone" a Gaza


di Thomas Wictor*

Parecchie persone mi hanno chiesto se possa creare una timeline delle operazioni condotte sulla spiaggia di Gaza che il 16 luglio 2014 portarono alla morte di Mohammed Bakr, Ahed Bakr, Zakaria Bakr e Mohammed Bakr. Sono abbastanza convinto che quanto riporterò riflette l'evoluzione degli eventi, ma se qualcuno ha rilievi da porre, lo faccia senza esitazioni.
Ho di proposito inserito tutte le affermazioni contrastanti e contraddittorie fornite dalla stampa, onde evidenziare quanto sia corrotta oggi l'informazione in Occidente. Si tratta ormai di fiancheggiatori non perseguiti di Hamas. So che ciò potrebbe ingenerare confusione, ma mi limiterò a riportare pari pari quanto pubblicato, onde evidenziare come i resoconti ufficiali siano stati inventati di sana pianta.

mercoledì 8 ottobre 2014

ANP beccata a costruire illegalmente nel West Bank israeliano


Ha del clamoroso la violazione del diritto internazionale da parte dell'Autorità Palestinese (ANP) di Abu Mazen, altrimenti sempre pronto ad invocare l'intervento dell'ONU da parte di pretese e presunte violazioni da parte avversa. Si apprende oggi che l'ANP, con l'appoggio addirittura dell'Unione Europea - quella che si fece garante della correttezza e buona volontà palestinesi ad Oslo nel 1993 - stanno edificando in un'area situata nella regione di Binyamin, lungo la Statale 60.
L'attività edilizia non va contrastata: dopotutto, genera posti di lavoro e migliora le condizioni di vita di chi andrà ad abitare nelle nuove abitazioni. Il problema qui sta nel fatto che la zona dove di soppiatto l'ANP sta edificando, ricade nella zona C del West Bank: quella che ricade sotto il pieno controllo israeliano. Una giurisdizione che va dalla pubblica sicurezza alla facoltà per l'appunto di edificare, come ben sappiamo.

lunedì 6 ottobre 2014

Gli 8 fallimenti epici più clamorosi (e diffusi) di Pallywood

Di tanto in tanto capita di ritrovarsi nella propria casella di posta elettronica, nella timeline di Facebook, o sotto forma di tweet, una immagine che "inequivocabilmente" testimonierebbe a turno la natura razzista di Israele, l'apartheid vigente nello stato ebraico, l'espansionismo colonialista di Gerusalemme, o la prova evidente che la Palestina sia realmente esistente; addirittura prima del 1948. Non è difficile sbugiardare queste manifestazioni di ignoranza o mala fede; ma dobbiamo essere grati al sito Israellycool per averne raccolte quelle più eclatanti, e al tempo stesso più gustose da smascherare.
Pronti per la hit parade degli scivoloni di Pallywood? partiamo!...


8) La lettera di Einstein


Ti ho beccato, sionista! La prova inconfutabile che lo scienziato più autorevole del Ventesimo Secolo, il professor Albert Einstein, egli stesso ebreo, fosse anti-israeliano. Biasima i terroristi ebrei «dei nostri stessi ranghi» per condannare la Palestina per sempre. Da notare che cita esplicitamente la "Palestina"!

Metodi e principi discutibili di B'Tselem

Neturei Karta è un gruppetto di circa 5.000 ebrei ultraortodossi animati da bizzarre idee: al punto da negare legittimità e la stessa esistenza dello stato di Israele. Costituiscono lo 0,06% della popolazione dello stato ebraico, eppure le loro rimostranze sono spesso indicate dalla stampa internazionale come testimonianza del reale sentimento degli israeliani; spazzando logica e buon senso che si soffermano inevitabilmente sulla infima rappresentatività di questi megalomani.
Esempi simili di strabismo giornalistico non mancano, quando si parla di Israele: Breaking the Silence, +972 Magazine, B'Tselem sono organizzazioni non governative, animate da una agenda apertamente ostile ad Israele, quando non manifestamente antisemita, che però riscuotono attenzione e consenso da parte dei media, lesti a propagandare accuse strampalate e inverosimili, a costo di rimettere il residuo di credibilità di cui godono.

venerdì 3 ottobre 2014

Dove si trova Gerusalemme?

Divertente siparietto del britannico Telegraph, che nella sezione Viaggi presenta la rassegna delle venti città più antiche al mondo. Splendide testimonianze di un passato remoto, come Cadice (Spagna), Tebe (Grecia), Atene (Grecia), Kirkuk (Iraq) e via discorrendo. La certezza manifestata in principi di geografia, si sbriciola miseramente quando si giunge alla decima posizione: Gerusalemme, abitata già tre millenni prima della comparsa di Cristo, è collocata in... "Medio Oriente"!
HonestReporting, che per primo ha rilevato la grottesca svista, ha contattato la redazione del quotidiano britannico, che si è celata dietro una imbarazzata spiegazione: la capitale israeliana non sarebbe pacificamente tale per le Nazioni Unite, e per ciò essi preferiscono un atteggiamento terzo e distaccato.
Ma la rassegna intendeva disquisire di geografia, non di politica, per cui appare patetico confermare la macroscopica scarsa conoscenza dei fatti: Gerusalemme è la capitale dello stato ebraico, malgrado una sua porzione sia pretesa dagli arabi. Ciò non toglie che la Città Santa sia sempre stata riconducibile agli ebrei: perlomeno dal 2800 A.C., e in ultimo dal 1980, quando la Knesset approvò la legge che riconosceva Gerusalemme come capitale "una e indivisibile" dello Stato di Israele.


giovedì 2 ottobre 2014

Sì, sono un colono israeliano

di Paula R. Stern*

Lo sono. Vivo in una città situata oltre la "Linea Verde", per essa intendendosi una linea sulla mappa esistita per 19 anni dopo la guerra scatenataci contro da cinque potenze arabe, il cui obiettivo era di distruggere lo stato di Israele ancor prima che nascesse. Non ci sono riusciti: hanno perso. Hanno iniziato a piagnucolare; e il mondo, la Sinistra e gli orbi hanno concluso che meritassero una seconda opportunità: e gliel'hanno concessa.
Nel 1956, quando ci attaccarono nuovamente. E poi ancora nel 1967, quando avviarono una marcia per chiudere lo Stretto di Tiran, mobilitando i loro eserciti verso i nostri confini. E di nuovo nel 1973, quando ci aggredirono in occasione del giorno più sacro del calendario ebraico. Ogni anno, ogni mese e talvolta ogni giorno cercano di replicare ciò in cui non sono riusciti dal 1948 in poi.
Gli obiettivi non sono mai mutati: solo i metodi, e le convinzioni di troppi israeliani, che sono talmente ansiosi di cessare questo conflitto da abbandonarsi al delirio. E così facendo deludono essi stessi, mettono in pericolo l'intero Israele, pensando che tutto questo dipende dagli insediamenti. Non è così: non lo è mai stato dal primo istante successivo alla fine della Guerra dei Sei Giorni, ne' prima e neanche dopo.

martedì 30 settembre 2014

Il piccolo Mohammed e la propaganda palestinese senza pudore

Mohammed Al-Farra è un bambino che sta per compiere 5 anni. Ha due problemi: è nato nella Striscia di Gaza, e tutti sappiamo le difficoltà che ciò comporta. Ma si potrebbe sorvolare sul dominio oppressivo di Hamas, se non fosse che il piccolo è affetto dalla nascita da una malattia genetica che ha reso necessaria l'amputazione di ambo gli arti. Ad un certo punto è stato abbandonato dai genitori, e dalle autorità sanitarie, che a Gaza sono più intente a diffondere statistiche farlocche, che a preoccuparsi della salute del propri cittadini.
Così, Mohammed è stato accolto e adottato dall'ospedale pediatrico di Safra a Ramat Gan, Israele. Il Borghesino ne ha parlato a maggio dell'anno scorso, e anche l'amica Barbara ha riportato sul suo blog la vicenda, rilanciando la notizia pubblicata in Italia dal Messaggero.
Una delle tante storie di amore e dedizione al prossimo, che imbarazza gli odiatori di Israele. Lo stato ebraico cura ogni giorno diecine di palestinesi - bambini, in particolare - dal comune cittadino al parente vicino dell'autorità politica più elevata della Striscia di Gaza. Problematico vomitare sentenze di morte nei confronti degli ebrei, e al tempo stesso sfruttarne le indubbie eccellenze sanitarie; ma gli odiatori a tempo pieno non si fanno scrupoli di contraddizione e schizofrenia: tanto chi mai lo verrà a sapere? chi ne denuncerà il comportamento obbrobrioso?


Bene. Cosa c'è di peggio dell'omissione? la mistificazione. Così, una notizia passata in cavalleria più di un anno fa, è riesumata e violentata e vivisezionata ad uso e consumo degli antisemiti. Il povero Mohammed, che ogni giorno ringrazia gli israeliani per le amorevoli cure che ha ricevuto, è strumentalizzato e presentato come vittima delle "centinaia di bambini di Gaza resi disabili dal conflitto di questa estate". Ci vuole molto pelo sullo stomaco per rovesciare la realtà; ma l'esercizio deve risultare agevole a queste canaglie e gradito ai loro seguaci, se è vero che il sito di propaganda filopalestinese ha beneficiato nella fattispecie di oltre 11.000 gradimenti, ed è stato retwittato 181 volte. Una rapida ricerca sul social network dei 140 caratteri conferma la presenza della foto del fanciullo in diecine di account di sostegno alla "causa palestinese", dove la notizia è ovviamente stravolta e presentata oggi in guisa vergognosamente diversa da quella reale di un anno fa.
A corto di materiale propagandistico proveniente da Siria e Iraq, i fanatici sostenitori di Hamas non si sono fatti scrupoli nel rivolgersi addirittura ad Israele per saccheggiarne le informazioni, deformandole in modo spregiudicato. C'è chi abboccherà a questa calunniosa quanto dettagliata ricostruzione.

lunedì 29 settembre 2014

I palestinesi e le barche della morte

Niente: uno aspetta giorni; poi i giorni diventano settimane, ma dei palestinesi che cercano disperatamente di fuggire con ogni mezzo dal regime brutale di Hamas a Gaza, non compare notizia sui media nazionali.
Succede che dopo l'ultima guerra di Gaza, sempre più palestinesi abbiano deciso di rompere gli indugi. Ce l'hanno con Israele, ma non per lo stesso motivo dei loro aguzzini, che li hanno costretti a lavorare nelle viscere della terra, per scavare i famigerati tunnel della morte in cui hanno perso la vita almeno 160 bambini. No, ce l'hanno con lo stato ebraico perché non ha portato a termine il lavoro, lasciando intatta a Gaza la leadership dei fondamentalisti islamici.
Così, hanno scelto ogni mezzo per lasciare l'enclave palestinese, nel fondato timore che la tregua possa essere rotta in un futuro neanche tanto remoto. Secondo il Gatestone Institute, almeno 500 palestinesi hanno perso la vita in mare, annegati mentre cercavano improbabilmente di guadagnare le coste europee a bordo di gommoni calati miseramente a picco. È un conteggio drammatico: la metà delle presumibili vittime civili del recente conflitto, che tanta eco hanno viceversa suscitato. Secondo alcune testimonianze, le imbarcazioni sarebbero affondate per il deliberato calcolo cinico dei traghettatori. A Gaza si parla ormai, seppur sommessamente, di "barche della morte".

mercoledì 17 settembre 2014

L'elisir di eterna giovinezza palestinese

Nella versione internazionale del New York Times, i rifugiati palestinesi sembrano aver bloccato il processo di invecchiamento. I palestinesi che abbandonarono o furono espulsi da Israele nel 1948 resteranno per sempre giovani. O così sembra, leggendo l'articolo apparso sulla versione in edicola dell'The International New York Times. Questi rifugiati, che oggi avranno non meno di 66 anni, sono gli avi dei bambini che studiano nelle scuole elementari di Gaza. Qui al lato l'articolo contenente lo strafalcione.
Ci sono due evidenti errori nell'affermazione riportata. Anzitutto, l'articolo forse intendeva parlare di «nipoti e pronipoti dei palestinesi che lasciarono Israele o ne furono espulsi». Difatti, in un'altra versione dell'articolo, apparsa precedentemente sul NY Times, si parla correttamente di «discendenti dei palestinesi che furono espulsi o che lasciarono Israele e il West Bank».
È impossibile che i genitori di studenti di età compresa fra 5 e 14 anni abbiano lasciato in qualche modo Israele nel 1948.
Se i genitori fossero vivi nel 1948, oggi avrebbero almeno 66 anni. Evidentemente, i genitori dei bambini che frequentano le scuole dell'obbligo palestinesi non hanno una simile età.

martedì 16 settembre 2014

I prodigi dell'economia palestinese

Ci siamo già occupati in passato dei prodigi dell'economia israeliana: fra le poche realtà in netta espansione fra i paesi occidentali, capace di assicurare ai suoi cittadini - tutti: ebrei, arabi, drusi - un'espansione del benessere senza eguali. Basti pensare che negli ultimi dieci anni il reddito pro-capite si è espanso del 25%; mentre in Italia si è contratto del 7.5% nel medesimo arco di tempo. Persino nella formidabile Germania l'espansione del reddito negli ultimi dieci anni non è andata oltre il 15%.
Noti i motivi di questo boom, per un'economia dalle dimensioni paragonabili a quelle del Cile: un ottimo sistema scolastico, una massiccia spesa per investimenti in ricerca e sviluppo, e una ossessione per l'innovazione, che colloca lo stato ebraico addirittura al terzo posto al mondo, dietro Finlandia e Svizzera. Per non parlare di un pragmatismo, in politica estera e nell'economia internazionale, che sta consentendo ad Israele di violare tabu storici e consolidati: nelle ultime settimane hanno fatto notizia gli accordi di fornitura pluriennale di gas naturale, nei confronti di Egitto e Giordania. Alcun mesi fa il primo ministro della Malesia Najib Razak ha fatto visita ai leader di Hamas a Gaza, enfatizzando la propria contiguità alle posizioni palestinesi; ma ciò non impedisce un boom dell'interscambio, raddoppiato nel 2013 rispetto all'anno precedente (e quest'anno siamo a +27% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno), grazie soprattutto alle  importazioni che Gerusalemme affluiscono a Kuala Lumpur.

domenica 14 settembre 2014

Quanto occupano i Territori "occupati"?

I "Territori occupati". Prima che la guerra civile in Siria producesse il genocidio di oltre 190 mila persone; prima che la Libia conoscesse il caos incontrollabile conseguente alla caduta di Gheddafi, prima che l'Egitto sprofondasse nella breve parantesi nella tirannia dei Fratelli Musulmani, sembrava a non pochi che davvero bastasse risolvere il conflitto fra arabi e israeliani per consegnare al Medio Oriente un futuro di pace. A poco serviva evidenziare che non già alla terra erano interessati, gli arabi, bensì alla distruzione di Israele; che lo stato ebraico si era ritirato spontaneamente dal Libano e da Gaza, ottenendo nuovi e sempre più veementi attacchi; che l'equazione "terra in cambio di pace" esisteva solo nella mente di ingenui esponenti di una sinistra sempre più emarginata politicamente, perché lontana da una drammatica realtà: l'unica opzione possibile essendo "pace, in cambio di pace", come hanno dimostrato gli accordi di pace sottoscritti prima con l'Egitto, e poi con la Giordania. Stati che non nutrono particolari simpatie per Gerusalemme e dintorni, ma con cui si può ragionare e al limite commerciare, come dimostrano gli accordi di fornitura pluriennale da diverse diecine di milioni di dollari, sottoscritti fra Gerusalemme, da una parte; e Amman e Il Cairo, dall'altra.
Ma anche qualora si volesse assumere la decisione di cestinare gli Accordi di Oslo del 1993, e di ritirarsi anche dalla "zona C" del West Bank, di cui Israele detiene il pieno controllo - amministrativo (il che si traduce nella piena e legittima licenza di edificarvi) e militare - di quanta terra stiamo parlando? a quanto ammontano, questi mitici territori "occupati" dagli insediamenti ebraici, che a gran voce reclamano i pacifisti di tutto il mondo?

venerdì 12 settembre 2014

Quanto sono spontanee le dimostrazioni a favore dei palestinesi?

di David Oman*

Sono note a tutti le virulente manifestazioni a favore di Hamas o comunque antisemite, sperimentate in Europa e negli Stati Uniti; ma si sa poco del ruolo organizzativo giocato dai Fratelli Musulmani, di cui Hamas è una costola. Ne abbiamo parlato con Steven Merley, investigatore, ricercatore e analista con una vasta esperienza nell'esaminare le reti clandestine e complesse affiliate ai Fratelli Musulman in tutto il mondo occidentale.
Merley è senior analyst presso la Kronos Advisory LLC, dove si occupa di analizzare le reti globali dei Fratelli Musulmani (FM), e pubblica e redige il Global Muslim Brotherhood Daily Watch, una raccolta giornaliera di notizie sugli sviluppi mondiali dei FM.

In che misura le organizzazioni affiliate ai FM sono coinvolte nelle numerose e non di rado violente dimostrazioni anti-israeliane e simpatizzanti nei confronti di Hamas sperimentate in tutto il mondo durante l'ultimo conflitto?

giovedì 11 settembre 2014

Due pesi, due misure

La Norvegia ha espulso nel 2013 un numero record di immigrati, quasi tutti musulmani, a causa del dilagare di fenomeni di delinquenza. Le espulsioni hanno raggiunto la ragguardevole cifra di 5200 persone, con un incremento del 31% rispetto all'anno precedente. Mettere brutalmente alla porta-frontiera gli immigrati è giudicato dalle forze dell'ordine un modo sbrigativo ma tanto efficace quanto esemplare per scoraggiare le attività criminose delle locali comunità straniere. La maggior parte degli immigrati a cui è stato consegnato il foglio di via proviene dalla Nigeria, Afghanistan e Iraq: stati in cui le condizioni di vita metteranno a repentaglio l'incolumità degli immigrati espulsi da Oslo.


Lo so: è una notizia che non interessa a nessuno. Non per niente non se ne trova traccia sulla stampa del mondo occidentale: bisogna risalire ad un sito israeliano, che cita un blog vicino al mondo musulmano. Ma se non fa notizia uno stato sovrano che per motivi di sicurezza interna e di ordine pubblico espelle con la forza migliaia di immigrati; come mai analoga notizia trova ospitalità sulle pagine dell'ANSA, quando lo stesso provvedimento è adottato da Israele?

martedì 9 settembre 2014

Le notizie che non interessano a nessuno

Hamas non doveva scomodarsi nel dettare ai giornalisti internazionali le linee guida sul corretto comportamento da assumere a Gaza: i media sono già sbilanciati di loro, e non farebbero nulla - salvo poche lodevoli eccezioni - per mettere in cattiva luce i fondamentalisti islamici che dal 2007 detengono il potere a Gaza. Inutile cercare prove della loro condotta riprovevole su stampa e TV, che praticano sistematicamente una sorta di autocensura preventiva.
Così, dopo averci frantumato i benedetti sui danni collaterali provocati dai bombardamenti israeliani a Gaza durante la Guerra dei 50 giorni; si apprende oggi - e la fonte è decisamente credibile: le Nazioni Unite! - che gli strike dell'aviazione israeliana hanno vantato precisione chirurgica nel colpire le installazioni terroristiche; risparmiando le strutture civili circostanti. Meno del 5% del territorio è stato interessato dai bombardamenti dell'IAF, mentre le zone più popolose di Gaza e dintorni sono risultate sorprendentemente intatte o danneggiate in misura trascurabile. Un resoconto asciutto e incontestabile; eppure, non trova menzione sulla stampa ufficiale.