sabato 7 aprile 2018

La fabbrica palestinese delle "chiavi del ritorno"


Avete presenti quelle arcaiche che ostentano i vecchi palestinesi? ma sì, quei chiavoni in ferro battuto, tutte uguali, persino stilizzate nell'architettura urbana di alcune centri del West Bank?
Nella visione romantica propagandata dai loro possessori, sarebbero le chiavi di accesso alle abitazioni da cui gli arabi sarebbero fuggiti nel 1948, pressati in ciò dalle nazioni arabe confinanti il rinato stato di Israele, a cui dichiararono guerra un istante dopo la proclamazione del nuovo stato. Per loro sfortuna, non è andata come sperato: ancora piegati dalla fame e da lunghi e avventurosi viaggi, gli israeliani avrebbero difeso la loro terra dagli attacchi concentrici di questi nuovi nemici, vincendo la guerra (ma non la pace. Questo però è un altro discorso).
Così ai palestinesi è rimasta la soddisfazione di ostentare le loro antiche chiavi, a beneficio della visione di noi, inguaribili romanticoni d'Occidente:

martedì 27 febbraio 2018

Palestinesi torturati? non fanno notizia, se...

Che nell'Autorità Palestinese si pratichi la tortura, non fa notizia. Duole riconoscerlo, ma le grandi organizzazioni non governative dai budget milionari e i giornaloni internazionali, si volgono sistematicamente dall'altro lato, quando si tratta di denunciare la corruzione dilagante, l'inefficienza disarmante e le pratiche ripugnanti del regime di Abu Mazen. Ma quando al danno si aggiunge la beffa, qualcuno dovrà pur denunciare.
Israel Hayom, nell'edizione di venerdì, ha reso noto il triste destino occorso a 52 palestinesi residenti in varie località dell'ANP. Dopo aver subito arresti e detenzioni illegali, culminate in atroci torture, costoro si sono rivolti ad una quindicina di ONG, chiedendo loro un accurato esame medico e la certificazione dei danni fisici e psichici subiti per mano degli sgherri di Abu Mazen. Un passaggio obbligato, per ottenere l'equo indennizzo previsto dalla legge. Ottenendo, in quasi tutti i casi, un fermo rifiuto.

martedì 20 febbraio 2018

Danny Danon all'ONU ridimensiona Abu Mazen

Abu Mazen ha appena sciorinato il suo repertorio al Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Inutile riportarlo: il solito campionario di falsità a cui ormai non credono più nemmeno i palestinesi; per non parlare di buona parte del mondo arabo.
Leggiamo invece la risposta di Danny Danon, ambasciatore alle Nazioni Unite, per il tramite del suo profilo Twitter:
Signor Abbas: lo ha reso ancora una volta evidente, con le Sue parole e il Suo atteggiamento: Lei non è più parte della soluzione. Lei è il problema.
I palestinesi hanno bisogno di una guida che investa in istruzione, non nell'esaltazione della violenza. Hanno bisogno di una leadership che costruisca ospedali, e non che paghi i salari ai terroristi. Hanno bisogno di governanti disposti a negoziare con Israele, e che non rifuggano dal dialogo.
Il Suo incoraggiamento del terrorismo non si esaurisce nella mera retorica. Ha formalizzato il sostegno palestinese al terrorismo: lo scorso anno, avete speso 345 milioni di dollari in salari e stipendi ai terrortisti. È denaro che poteva essere impiegato, per esempio, nella costruzione di ben 40 ospedali. O 172 scuole, faccia Lei.

giovedì 25 gennaio 2018

Voltiamo pagina: basta parlare di "soluzione dei due stati"


Abu Mazen ha ragione: è tempo di cestinare gli Accordi di Oslo del 1993, che per la prima volta nella storia hanno generato un embrione di stato palestinese, oltre ad un vistoso solco nelle casse statali delle democrazie mondiali: febbrilmente impegnate a foraggiare copiosamente un nuovo stato, mai nato, in buona parte per la cinica riluttanza del ceto dirigenziale palestinese.
Quegli Accordi, che contemplavano alfine la creazione di uno stato palestinese, come punto di arrivo di negoziati bilaterali; hanno generato aspettative malriposte da ambo le parti, frustrazione, lutti, arricchimenti dei clan legati prima ad Arafat, poi ad Abu Mazen; copiosi investimenti in sicurezza da parte di Gerusalemme, e fiumi e fiumi di stantia retorica nel resto del mondo.

La diplomazia deve realizzare il mutamento avvenuto sul campo. Isolato e privo di argomenti, Abu Mazen è sempre più determinato ad avventurarsi lungo il sentiero integralista di Hamas, rivendicando tutto Israele, partendo dalla negazione dei legami fra la sua capitale e la storia trimillenaria degli ebrei, e arrivando ad inventare di sana pianta una "storia del popolo palestinese", ignorando l'assenza di qualsivoglia testimonianza vagamente storicizzata che risalga a prima del 1967.
Si potrà dubitare della buona fede della dirigenza israeliana, qualsiasi colore politico si sia avvicendato alla guida dello stato ebraico; ma è innegabile che tutte le offerte provenute da Gerusalemme - incluse quelle generosissime, imperdibili del 2000-2001 e del 2007-2008 - sono state fermamente rimandate al mittente. Paradossalmente, siamo giunti alla conclusione che gli israeliani potrebbero consegnare ai palestinesi le chiavi di tutte le rispettive case, ottenendone uno sgarbato diniego, derivante dalla consapevolezza che il giorno successivo per la corrotta burogerontocrazia palestinese non ci sarà più alcuna offensiva da scatenare.

Abu Mazen si compra l'aereo privato e ringrazia l'Europa


Le suppliche di Abu Mazen hanno sortito gli effetti sperati. Dopo il clamoroso gesto degli Stati Uniti, che hanno dimezzato gli stanziamenti annuali al bilancio dell'UNRWA, l'agenzia ONU appositamente creata dall'ONU per perpetuare la questione dei profughi palestinesi; Svezia, Olanda e Belgio hanno generosamente messo mano al portafoglio, coprendo il disavanzo venutosi a creare in un ente fondamentale per il benessere dei palestinesi.
Be', per l'esattezza del capo dei palestinesi: Abu Mazen. È notizia di ieri che il corteggiatore seriale della signora Mogherini, a suo agio nelle stanze di Bruxelles come nella repressione dell'opposizione palestinese, ha ordinato uno sfavillante jet privato del valore di 50 milioni di dollari. Il velivolo non è stato ancora consegnato, ma è questione di settimane. L'anziano leader dell'OLP sarà però costretto a recarsi ad Amman, in Giordania, per mettere a tacere le malelingue che lo accusano di corruzione e di sfruttamento delle sofferenze dei palestinesi per il proprio tornaconto personale.

lunedì 11 dicembre 2017

Gerusalemme è ebraica da sempre (sai che notizia...)

Circola in questi giorni una statistica rilasciata nel Dopoguerra da una delle tante agenzie ONU (che eclissa nel confronto sulla prolificità la mamma degli stupidi), secondo cui nel 1946 la popolazione di Gerusalemme era equamente divisa fra ebrei (100 mila abitanti) e una combinazione di cristiani, musulmani e altre minoranze (105 mila). Ora, prescindendo dal fatto che la popolazione ebraica costituiva all'epoca maggioranza quantomeno relativa, se non assoluta; occorre riflettere sulla circostanza determinante per cui diverse migliaia di giovani ebrei combatterono in Europa e altrove il nazifascismo sotto le bandiere della Brigata Ebraica e di altre formazioni militari: ciò sacrificava in modo decisivo le statistiche ufficiali.
Al di là di quel preciso momento, rimane un dato storico inoppugnabile: la popolazione ebraica a Gerusalemme è sempre stata maggioranza: relativa, quando non assoluta. Di sicuro lo è stata in tutto il secolo che precedette la guerra che cinque stati arabi scatenarono contro il neonato moderno Stato di Israele, letteralmente poche ore dopo la sua proclamazione solenne.

giovedì 23 novembre 2017

Trump: ai palestinesi non basta concedere il 99%


I palestinesi se la sono menata di nuovo. Stavolta, perché pare che l'amministrazione Trump non ha sposato la loro tesi a proposito del conflitto arabo-israeliano. Sono adirati perché sospettano che l'amministrazione Trump non intenda costringere Israele ad accettare tutte le loro richieste.
La faccenda è postas in questi termini: «se non sei con noi, sei contro di noi. Se non accetti integralmente le nostre rivendicazioni, se un nostro nemico; pertanto, di te non ci possiamo fidare, e non ti riconosciamo come arbitro imparziale nella controversia».
La settimana scorsa sono trapelate voci secondo cui il presidente Trump sta lavorando ad un piano di pace organico in Medio Oriente. Ignoti sono al momento i dettagli del piano. Tuttavia, è certo che il progetto non accoglie tutte le richieste palestinese. D'altro canto, nessun piano di pace lo potrebbe.
Le richieste palestinesi sono quanto mai irrealistiche: includendo, tra l'altro, la richiesta che milioni di "rifugiati" palestinesi (in realtà i superstiti fra coloro che lasciarono Israele nel 1948 sono oggi circa 30 mila, NdT) siano accolti in Israele, e che lo stato ebraico rinunci a territori a favore di un futuro stato palestinese, arroccandosi all'interno di confini indifendibili, che collocherebbero Tel Aviv nel mirino di Hamas.
L'autorità palestinese e il suo leader, l'82enne Mahmoud Abbas, ora giunto al dodicesimo anno di presidenza del suo mandato quadriennale; continua ad insistere che non accetteranno nulla che non contempli uno stato palestinese, sovrano ed indipendente, con i quartieri orientali di Gerusalemme adibiti a capitale, e con i territori strappati da Israele alla Giordania dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967, che rientrino nella giurisdizione palestinese. Anche nell'improbabile ipotesi che Abbas firmi un qualche accordo, sussiste la concreta possibilità che un domani non troppo lontano un altro capo gli subentri, stracciando l'accordo e dichiarandone la nullità; poiché sottoscritto da un presidente irregolare.