giovedì 16 novembre 2017

Gli americani negano i fondi ai terroristi palestinesi? nessun problema: ci penseranno gli europei...

Kristine Luken era una cittadina americana residente nel Regno Unito. Nel 2010 si trovava in Israele, con una sua amica: con cui si stava arrampicando sulle colline alla periferia di Gerusalemme, quando fu avvicinata da due palestinesi, che le chiesero in ebraico dell'acqua. Il sesto senso indusse la sua amica ad esortarla di tornare indietro. Troppo tardi: mentre ripiegavano verso il villaggio di Mata, ad ovest della capitale israeliana, i due palestinesi avvicinarono la coppia, colpendola ripetutamente con dei coltelli. L'amica riuscì a scappare, Kristine Luken perse la vita. I palestinesi in seguito ammisero l'omicidio della donna, profondamente legata allo stato ebraico.
Il sacrificio di Kristine Luken non è stato vano. Il Congresso americano ieri ha approvato in via definitiva il Taylor Force Act, una normativa bipartizan che dispone il congelamento delle sovvenzioni americane all'Autorità Palestinese, fin quando l'AP si impegnerà ad abrogare il sistema di sussidi e premi in denaro a favore dei terroristi palestinesi e delle loro famiglie. Il provvedimento è stato approvato grazie anche all'appoggio della minoranza democratica, inizialmente persuasa da Abu Mazen che ciò avrebbe danneggiato i palestinesi più indigenti. Nulla di più falso, evidentemente.

sabato 28 ottobre 2017

Fedez e J Ax inventano l'Intifada romantica


Gli spettatori di X Factor l'altra sera hanno trasalito. Due rapper sono saliti sul palco e hanno intonato (meglio: stonato) i versi di una canzone che sta per essere spietatamente propagata da media e radio commerciali. Sarebbe un'opera dedicata alla fidanzata di uno dei due, la nota fashon blogger Chiara Ferragni.
Non sapremmo giudicare a fondo né se l'impegno sarà ricambiato, e la coppia convolerà a giuste nozze; né se il disco andrà incontro a travolgente successo. Speriamo di no - non ce ne vogliano i dirigenti di SKY - perché il brano contiene una dedica che suona dolorosamente beffarda per migliaia di famiglie che hanno perso i propri cari per mano del terrorismo palestinese.

venerdì 6 ottobre 2017

Belli, i tempi dell'occupazione israeliana


L'UNCTAD (la Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo, NdR) ha rilasciato il mese scorso un rapporto, intitolato "Assistenza al popolo palestinese: lo sviluppo economico nei territori palestinesi occupati", con cui si tenta febbrilmente di distorcere le statistiche in modo da far ricadere sugli israeliani i mali dell'economia palestinese. A ben vedere, però, i dati mostrano una realtà diversa.
Quando West Bank e Gaza erano sotto il pieno controllo israeliano, la disoccupazione fra i palestinesi era virtualmente inesistente: il 2.8% della forza lavoro (NdR: a titolo di riferimento, il tasso di disoccupazione è oggi del 3.0% in Svizzera, del 3.6% in Germania, del 4.1% in Israele e del 4.4% negli Stati Uniti. Paesi senza dubbio in boom economico, o comunque dal ciclo economico solidissimo). Ma dopo l'approvazione degli Accordi di Oslo del 1993 la disoccupazione nei territori palestinesi montò, in concomitanza con la decisione dell'OLP di dichiarare guerra ad Israele.

giovedì 28 settembre 2017

Un palestinese denuncia all'ONU la corruzione del regime di Abu Mazen


È stata una giornata memorabile, quella di lunedì a Ginevra. Dove si è tenuta la 36esima sessione del Consiglio ONU per i Diritti Umani (OHCHR), un organismo composto da 47 nazioni, che con i diritti umani sovente non hanno alcuna confidenza: Qatar, Venezuela, Cina, Cuba, Egitto, Iraq, Arabia Saudita vi dicono qualcosa?
Un organismo autoreferenziale, corrotto e degno di fare la stessa fine della omologa Commissione ONU per i Diritti Umani, cancellata nel 2006 per manifesta incapacità di perseguire l'obiettivo originario della «promozione ed incoraggiamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali». Di fatto, questo costosi carrozzoni servono per fornire a stati canaglieschi una ribalta mediante la quale scagliarsi contro l'unico stato che in Medio Oriente garantisce da sempre democrazia, tutela delle minoranze, pluralità e libertà di pensiero, di culto e di espressione.
Anche questa sessione dell'OHCHR ha seguito il copione abituale: il tema all'ordine del giorno, manco a dirlo, era la situazione dei diritti umani in "Palestina". Erano iscritti a parlare il delegato dell'OLP: «Israele continua la sua politica coloniale e le sue violazioni»; quello siriano: «Israele persegue la giudeizzazione di Gerusalemme; il Qatar: «le violazioni razziste perpetuate da Israele...»; la Nord Corea: «Israele continua a commettere violazioni dei diritti umani in palestina». Di analogo tenore i deliri profferiti dai delegati di Pakistan, Venezuela e Iran: solita solfa, che ormai annoia anche chi odia a morte lo stato ebraico. Non se ne può più.
Ma quando il presidente dell'assemblea concede la parola al palestinese Mosab Hassan Yousef, il palazzo trema.

domenica 17 settembre 2017

L'inferno delle carceri palestinesi


Era come in un film dell'orrore. Legato al soffitto. Il suo inquisitore, palestinese, lo percuoteva sulle gambe. Gli hanno negato il cibo per un lungo arco di tempo, e quando gliel'hanno concesso, era a mala pena mangiabile.
Quando Sami, un palestinese di Nablus (nome e origine sono di fantasia per motivi di sicurezza) si addormentava o impiegava più di un minuto in bagno, i carcerieri gli gettavano acqua in faccia. Ed era acqua "buona".
Quando volevano fare sul serio, gli gettavano acqua bollente sul petto.
I segni sul corpo degli interrogatori subiti sono ora meno evidenti rispetto a quindici anni fa. Ma molte cicatrici sono ancora visibili.
Prossimo ai 40 anni, Sami di recente ha rivelato la sua storia al Jerusalem Post. Oscilla fra la depressione e un inquietante distacco del corpo dagli eventi: residui evidenti di sopravvivenza ad un trauma estremo.
Quando cinque agenti dei servizi segreti palestinesi lo prelevarono a forza dalla sua abitazione, in un pomeriggio ai tempi della seconda intifada, circa quindici anni fa, Sami era un giovane. Fu l'ultimo dei suoi giorni normali.

domenica 10 settembre 2017

Da quale pulpito scese la predica...

Danske Bank è il più grande istituto di credito di Danimarca. Nel 2014 la banca danese assecondò le istigazioni del movimento internazionale di boicottaggio di Israele, inserendo Bank Hapoalim nell'elenco di compagnie con cui non avrebbe più avuto relazioni di ogni sorta. La decisione, fu reso noto tre anni fa, era dettata dall'attività di finanziamento degli insediamenti ebraici in West Bank da parte della banca israeliana. Coerentemente, in precedenza Danske Bank aveva troncato ogni rapporto con Elbit Systems e Danya Cebus: rinomate aziende dello stato ebraico.
Quale nobiltà d'animo! quale profonda adesione ai genuini principi del politicamente corretto. Un campione di moralità, esemplare per il resto del mondo...

sabato 9 settembre 2017

La bufala dei cristiani minacciati in Israele

Un articolo fuorviante su Newsweek afferma: «Israele condannata per la minaccia apportata al futuro della cristianità in Terra Santa». E aggiunge: «il leader della Chiesa (cattolica, NdT) a Gerusalemme accusano Israele di minare la cristianità in Terra Santa, indebolendo la fede sullo sfondo di vistose tensioni in Medio Oriente».
Di sicuro l'accusa fa effetto, ma in Israele è pacifico per tutti che l'affermazione è relativa ad una specifica obiezione ad una complessa operazione immobiliare. Tuttavia, astraendo dal contesto, un lettore della versione internazionale di Newsweek può essere indotto a pensare che Israele magari massacri i cristiani, distruggendo la storia della cristianità come d'altro canto accade in tutto il Medio Oriente, per mani dello Stato Islamico o di altri.
Al contrario del titolo sensazionalistico di Newsweek, invece, Israele è di fatto l'unico stato in Medio Oriente ove la popolazione cristiana è non solo sicur, ma anche fiorente e in crescita.