venerdì 6 ottobre 2017

Belli, i tempi dell'occupazione israeliana


L'UNCTAD (la Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo, NdR) ha rilasciato il mese scorso un rapporto, intitolato "Assistenza al popolo palestinese: lo sviluppo economico nei territori palestinesi occupati", con cui si tenta febbrilmente di distorcere le statistiche in modo da far ricadere sugli israeliani i mali dell'economia palestinese. A ben vedere, però, i dati mostrano una realtà diversa.
Quando West Bank e Gaza erano sotto il pieno controllo israeliano, la disoccupazione fra i palestinesi era virtualmente inesistente: il 2.8% della forza lavoro (NdR: a titolo di riferimento, il tasso di disoccupazione è oggi del 3.0% in Svizzera, del 3.6% in Germania, del 4.1% in Israele e del 4.4% negli Stati Uniti. Paesi senza dubbio in boom economico, o comunque dal ciclo economico solidissimo). Ma dopo l'approvazione degli Accordi di Oslo del 1993 la disoccupazione nei territori palestinesi montò, in concomitanza con la decisione dell'OLP di dichiarare guerra ad Israele.

giovedì 28 settembre 2017

Un palestinese denuncia all'ONU la corruzione del regime di Abu Mazen


È stata una giornata memorabile, quella di lunedì a Ginevra. Dove si è tenuta la 36esima sessione del Consiglio ONU per i Diritti Umani (OHCHR), un organismo composto da 47 nazioni, che con i diritti umani sovente non hanno alcuna confidenza: Qatar, Venezuela, Cina, Cuba, Egitto, Iraq, Arabia Saudita vi dicono qualcosa?
Un organismo autoreferenziale, corrotto e degno di fare la stessa fine della omologa Commissione ONU per i Diritti Umani, cancellata nel 2006 per manifesta incapacità di perseguire l'obiettivo originario della «promozione ed incoraggiamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali». Di fatto, questo costosi carrozzoni servono per fornire a stati canaglieschi una ribalta mediante la quale scagliarsi contro l'unico stato che in Medio Oriente garantisce da sempre democrazia, tutela delle minoranze, pluralità e libertà di pensiero, di culto e di espressione.
Anche questa sessione dell'OHCHR ha seguito il copione abituale: il tema all'ordine del giorno, manco a dirlo, era la situazione dei diritti umani in "Palestina". Erano iscritti a parlare il delegato dell'OLP: «Israele continua la sua politica coloniale e le sue violazioni»; quello siriano: «Israele persegue la giudeizzazione di Gerusalemme; il Qatar: «le violazioni razziste perpetuate da Israele...»; la Nord Corea: «Israele continua a commettere violazioni dei diritti umani in palestina». Di analogo tenore i deliri profferiti dai delegati di Pakistan, Venezuela e Iran: solita solfa, che ormai annoia anche chi odia a morte lo stato ebraico. Non se ne può più.
Ma quando il presidente dell'assemblea concede la parola al palestinese Mosab Hassan Yousef, il palazzo trema.

domenica 17 settembre 2017

L'inferno delle carceri palestinesi


Era come in un film dell'orrore. Legato al soffitto. Il suo inquisitore, palestinese, lo percuoteva sulle gambe. Gli hanno negato il cibo per un lungo arco di tempo, e quando gliel'hanno concesso, era a mala pena mangiabile.
Quando Sami, un palestinese di Nablus (nome e origine sono di fantasia per motivi di sicurezza) si addormentava o impiegava più di un minuto in bagno, i carcerieri gli gettavano acqua in faccia. Ed era acqua "buona".
Quando volevano fare sul serio, gli gettavano acqua bollente sul petto.
I segni sul corpo degli interrogatori subiti sono ora meno evidenti rispetto a quindici anni fa. Ma molte cicatrici sono ancora visibili.
Prossimo ai 40 anni, Sami di recente ha rivelato la sua storia al Jerusalem Post. Oscilla fra la depressione e un inquietante distacco del corpo dagli eventi: residui evidenti di sopravvivenza ad un trauma estremo.
Quando cinque agenti dei servizi segreti palestinesi lo prelevarono a forza dalla sua abitazione, in un pomeriggio ai tempi della seconda intifada, circa quindici anni fa, Sami era un giovane. Fu l'ultimo dei suoi giorni normali.

domenica 10 settembre 2017

Da quale pulpito scese la predica...

Danske Bank è il più grande istituto di credito di Danimarca. Nel 2014 la banca danese assecondò le istigazioni del movimento internazionale di boicottaggio di Israele, inserendo Bank Hapoalim nell'elenco di compagnie con cui non avrebbe più avuto relazioni di ogni sorta. La decisione, fu reso noto tre anni fa, era dettata dall'attività di finanziamento degli insediamenti ebraici in West Bank da parte della banca israeliana. Coerentemente, in precedenza Danske Bank aveva troncato ogni rapporto con Elbit Systems e Danya Cebus: rinomate aziende dello stato ebraico.
Quale nobiltà d'animo! quale profonda adesione ai genuini principi del politicamente corretto. Un campione di moralità, esemplare per il resto del mondo...

sabato 9 settembre 2017

La bufala dei cristiani minacciati in Israele

Un articolo fuorviante su Newsweek afferma: «Israele condannata per la minaccia apportata al futuro della cristianità in Terra Santa». E aggiunge: «il leader della Chiesa (cattolica, NdT) a Gerusalemme accusano Israele di minare la cristianità in Terra Santa, indebolendo la fede sullo sfondo di vistose tensioni in Medio Oriente».
Di sicuro l'accusa fa effetto, ma in Israele è pacifico per tutti che l'affermazione è relativa ad una specifica obiezione ad una complessa operazione immobiliare. Tuttavia, astraendo dal contesto, un lettore della versione internazionale di Newsweek può essere indotto a pensare che Israele magari massacri i cristiani, distruggendo la storia della cristianità come d'altro canto accade in tutto il Medio Oriente, per mani dello Stato Islamico o di altri.
Al contrario del titolo sensazionalistico di Newsweek, invece, Israele è di fatto l'unico stato in Medio Oriente ove la popolazione cristiana è non solo sicur, ma anche fiorente e in crescita.

venerdì 8 settembre 2017

Quando ONG e media si voltano dall'altra parte...

Issa Amro è un giovane palestinese. Un attivista per i diritti umani, che si batte contro gli "insediamenti" ebraici nel West Bank. Residente ad Hebron, è più volta balzato agli onori della cronaca, grazie alla totale e tempestiva disponibilità dei media internazionali; sempre pronti a glissare sullo spirito tollerante e democratico di Israele, e viceversa a fornire microfono e taccuino a chi abbia qualcosa da recriminare nei confronti dello stato ebraico. Fosse l'accusa fondata o anche solo vagamente credibile (dopotutto, viviamo nell'epoca della post-verità, no?). Insomma, in poche parole Issa Amro da Hebron è per Gerusalemme un autentico rompicoglioni, oltre che un personaggio tutt'altro che non violento, come ama definirsi.
È per questo motivo che non si comprende come mai, nelle ultime ore, proprio non riesca a fare notizia l'arresto di Amro, pur denunciato da Amnesty International (mai tenera con Israele, per usare un eufemismo). I media arabi che hanno riportato la circostanza, tendono ad ingentilire l'accaduto, tentando grottescamente di rovesciarne le responsabilità - al solito - su Gerusalemme.

mercoledì 6 settembre 2017

L'occupazione illegale di Gerusalemme Est

Sentenza storica - è il caso di dire - quella pronunciata ieri da un tribunale israeliano. Dopo una lunghissima battaglia legale, gli eredi di una famiglia vissuta in una abitazione di Sheikh Jarrah, sobborgo a nord-est di Gerusalemme, hanno ottenuto lo sfratto nei confronti della famiglia Shamasneh, che quella casa ha occupato dal 1964.
I quartieri orientali di Gerusalemme furono occupati all'indomani della guerra scatenata nel 1948 dagli stati arabi nei confronti del neonato stato ebraico. Il conflitto si concluse nel giro di pochi mesi; ma la Giordania occupò illegalmente "Gerusalemme Est" per 19 lunghi anni, disponendo la distruzione di sinagoghe e luoghi di culto, e praticando una dolorosa pulizia etnica nei confronti della popolazione ivi residente da secoli. L'abitazione in questione, di proprietà di una famiglia ebrea fino al 1948, fu assegnata dalla potenza occupante ad una famiglia araba, che vi si insediò senza alcun titolo legale.