8 marzo, festa della donna. Riflettiamo tutti sulla posizione drammatica della donna nell'islam. Non generalizziamo, per carità, ma la shaaria ammette la flagellazione della donna, molto praticata in alcuni paesi (Pakistan, per esempio). Le donne sono nascoste, discriminate, e talvolta rese oggetto di violenza, mutilate, stuprate, sfigurate con l'acido, private della dignità se non della vita. Sul canale americano HBO e sul National Geographic Channel è andato in onda un documentario-pugno allo stomaco che bisognerebbe vedere, se non fosse che rischieremmo di pagare noi il conto di queste infamie.
Sul Washington Post si legge «Il presidente Karzai ha appoggiato un documento del Consiglio degli Ulemi, che ammette la pratica della punizione della moglia soltanto a certe condizioni. Il documento rappresenta un notevole passo in avanti nella condizione della donna in Pakistan. Fra le condizioni: le donne non devono viaggiare senza un guardiano maschio, e non si devono mischiare con uomini strani nelle scuole, nei mercati o negli uffici. La punizione fisica è vietata se non ci sono motivi diversi da quelli contemplati dalla legge coranica».
Il presidente dello stato ebraico sbarca su Facebook, e lo fa con un'iniziativa divertente e ispirata. Israele, con i suoi 7.5 milioni di abitanti, è sempre stata ben disponibile a vivere in pace con gli stati arabi vicini (235 milioni - trenta volte tanto - fra Libano, Siria, Giordania, Egitto, Arabia Saudita, Iran e Iraq). E non ha esitato a farlo - prima con l'Egitto, poi con la Giordania - laddove c'è stata la disponibilità dall'altro lato.
Tutto fa pensare che la strage di Itamar di un anno fa, in cui una famiglia - marito, moglie e tre figli, fra cui una bambina di tre mesi - fu barbaramente massacrata nel sonno, non resterà isolata. Ieri due terroristi palestinesi sono entrati in un villaggio israeliano armati di coltelli, ma per fortuna la vigilanza ha evitato una nuova carneficina. Questa mattina si è replicato: una donna di 32 anni ha cercato di penetrare nel villaggio di Imtin, in Samaria, ma è stata provvidenzialmente bloccata dalle forze di sicurezza. Non c'è molto da meravigliarsi: la TV palestinese martella ogni giorno con messaggi che invitano all'omicidio degli israeliani, una stragista di Hamas recentemente rilasciata conduce un talk show in cui inneggia ai terroristi, e qualche settimana fa la mamma di un assassino di Itamar ha salutato dal tubo catodico il figlio, processato (reo confesso) e detenuto, arrivando ad affermare di esserne orgogliosa...
«L'Iran non avrà l'atomica», sentenzia con scarsa convinzione Obama, rivolgendosi alla platea dell'AIPAC, l'associazione pro-Israele d'America. Ma, in fondo, perché non credergli? in fondo nel 2008 ha già affermato che
- «Israel security is sacrosanct and non-negotiable, with secure, defensible borders»; che non sono certo le linee armistiziali del 1949 (ribattezzate erroneamente "confini del 1967"), ma le linee successive alla Guerra dei Sei Giorni;
- «Gerusalemme è la capitale di Israele», senza accennare ad uno status analogo per i quartieri orientali, su cui gli arabi vorrebbero mettere le mani (presumibilmente, per ritrasformarli in un pisciatoio, come erano prima del 1967, quando Gerusalemme era occupata dalla Giordania).
Poi dopo tre anni, nel 2011, ha cambiato idea. Per opportunismo? mah!... per fortuna che nuove elezioni incombono, e si può indossare la maschera dell'"amico di Israele" di fronte alla platea dell'AIPAC...
Questo interessante video di trenta minuti traccia un riassunto completo delle relazioni fra il presidente americano e lo stato ebraico: sin da quando Obama ha visitato tutte le capitali del Medio Oriente, evitando accuratamente Gerusalemme, senza mancare di blandire le dittature arabe, trascurando la concreta minaccia apportata alla sovravvivenza di Israele. Fino a recitare il ritornello dell'attività edile israeliana nei territori contesti, come "causa" del deragliamento del processo di pace, ignorando i continui inviti in tal senso rivolti dal governo Nethanyahu alla leadership "moderata" palestinese per tutto il 2010; inviti caduti inascoltati malgrado la volenterosa moratoria di dieci mesi sugli insediamenti. E fino a cadere nel grossolano errore di ritenere la nascita dello stato di Israele un indennizzo alla tragedia dell'Olocausto subita dagli ebrei; quando l'intera regione è stata popolata da ebrei almeno mille anni prima dell'avvento di Cristo; senza considerare il contenuto della Conferenza di Sanremo del 1920, che assegnava al Regno Unito un mandato in "Palestina", dove sulle ceneri della disgregazione dell'impero ottomano sarebbe sorto lo stato ebraico, su confini ben più ampi di quelli attuali. Nel video si evidenzia l'ossessione per lo stop dell'espansione edilizia, senza che Obama mai posto l'accento sulle nefandezze del regime palestinese: dalla glorificazione dei terroristi suicidi, all'insegnamento dell'odio e del disprezzo degli ebrei sin dalle scuole materne; dalla negazione dello stato di Israele sotto qualunque confine al silenzio di fronte alla celebrazione, da parte di Abu Mazen, di un terrorista responsabile dell'uccisione di 37 cittadini israeliani.
Obama si rivolge dunque all'AIPAC, con il sorriso sulle labbra e con la mano al portafoglio dei partecipanti, dimentico del trattamento irriguardoso usato nei confronti dell'"alleato" (è ancora tale?) del Vicino Oriente. Come quando ha giudicato un "insulto" l'approvazione da parte del comune di Gerusalemme di un progetto edilizio su un territorio non conteso ne' mai rivendicato dai palestinesi; sempre nel tentativo di dimostrare alla parte araba che sa usare il pugno duro - e non esita a farlo - nei confronti di Israele. O come quando ha fatto entrare il premier israeliano Nethanyahu, in visita ufficiale a Washington, da un ingresso secondario e non da quello principale, come si conviene nei confronti di un capo di governo di una nazione con cui non si è in guerra; facendolo attendere per più di un'ora, e lasciandolo all'improvviso per riunirsi a cena con la sua famiglia. Qualche giorno dopo Obama ospitava Abu Mazen, accolto con tutti gli onori, e congedato con un assegno da 70 milioni di dollari. Queste "frizioni" nei confronti di un alleato storico devono essere suonate come una approvazione preventiva di iniziative di disturbo, se non proprio ostili, da parte dei paesi arabi confinanti. Come quando a metà 2010 un'organizzazione turca, affiliata ad Al Qaeda, organizzò una spedizione diretta a Gaza con l'intento di violare l'embargo marittimo legittimamente posto per impedire la consegna di armi e munizioni ai terroristi di Hamas. Dopo la condanna iniziale, la successiva conoscenza dei fatti evidenziò la natura bellicosa dell'iniziativa, scagionò l'operato dell'esercito israeliano, ma non prima di aver gettato una buona dose di immeritato discredito. Obama, ancora una volta, si scagliò contro Israele, e dalla parte della prevaricazione e del terrorismo, confermando la sua "amicizia" nei confronti del turco Erdogan. E siamo allo scorso anno, quando Obama, per ingraziarsi le piazze arabe in rivolta, annunciò l'orientamento americano verso un riconoscimento dei confini di Israele antecedenti alla Guerra dei Sei Giorni: una ipotesi assurda, che comporterebbe la rinuncia alla difesa dalle aggressioni esterne; che ci sono, da tutti i punti cardinali. Una ennesima pugnalata nei confronti del popolo israeliano e del suo leader, che giusto in quelle ore stava atterrando ancora una volta negli Stati Uniti alla ricerca di una chiarificazione. Una esternazione dal sapore dell'imposizione, che in quei giorni conobbe la ferma condanna dallo stesso entourage democratico, imbarazzato per la sortita del Presidente. Ma Obama non demorde, e più avanti sembra avallare la scelta di Abu Mazen di rivolgersi direttamente alle Nazioni Unite per ottenere il riconoscimento di uno "stato di Palestina", in spregio agli Accordi di Pace di Oslo, che hanno portato alla stessa creazione dell'Autorità Palestinese, generosamente finanziata da uno speranzoso quanto ingenuo Occidente. Un endorsement ben compreso dalla leadership palestinese, conscia di avere di fronte il presidente americano più sbilanciato dai tempi di Carter; silente, di fronte alla decisione dell'AP di unire le forze con l'organizzazione terroristica Hamas - tale essendo riconosciuto dagli stessi USA - che dal 2007 governa nel terrore la Striscia di Gaza. Il disprezzo di Obama verso Israele è confermato ancora una volta quando in una registrazione Sarkozy si lamenta di Nethanyahu, definendolo in maniera volgare; al che il presidente americano sconsolato rimarca: «a chi lo dici: a me tocca sentirlo ogni giorno!»
Con tutta la buona volontà, si fa fatica a comprendere il mondo palestinese. Nassim al-Ahrar, fra le prime donne ad essere entrate in Hamas, guidava il veicolo che nel 2001 scatenò il drammatico attentato alla pizzeria Sbarro, a Gerusalemme, in cui 15 persone persero la vita, fra cui 7 bambini. E' stata rilasciata lo scorso anno nell'ambito dello scambio di mille detenuti palestinesi in cambio della liberazione di Gilad Shalit, il caporale sequestrato da Hamas in territorio israeliano, e tenuto prigioniero per diversi anni. Adesso al-Ahrar conduce una trasmissione televisiva in Giordania - non ha il permesso di recarsi in Giudea, in Samaria e a Gaza - in cui intervista altri criminali e inneggia alla lotta terroristica e al sequestro di persona. Ripugnante.
«Cari amici, mi ha colpito come ultimamente alcuni artisti di pregio, come Leonard Cohen ed Elton John hanno reagito alle vili campagne di boicottaggio che colpiscono sovente Israele, e hanno portato con raggiante quiete il loro messaggio di musica e di pace al popolo ebraico nella sua Terra. L’armonia non solo della loro musica, ma della gioia, della gratitudine, dell’entusiasmo del pubblico parlava da sola: Israele è un Paese pieno di sogni, di amore, di desiderio di pace e vi mando questo messaggio per dirvi che io lo amo. Qui dopo l’incredibile persecuzione nazista del grande popolo che vi era nato, esso ha ritrovato la forza di costruire e di vivere pienamente l’arte, la scienza, la medicina, l’agricoltura e purtroppo ha dovuto farlo sempre in condizioni di guerra. Spero con tutte le mie forze che giunga anche il tempo della pace e della giustizia per quel Paese, e penso che tutti debbano cominciare ad aiutare dicendo con chiarezza: è tempo di smetterla di aggredirlo con bugie e mistificazioni che ce ne danno un’immagine completamente diversa dalla realtà! Auguri, Israele, io sono con te dalla parte della verità della storia e della vita» (Lucio Dalla).
Questo sondaggio dimostra la pochezza dei giornali italiani e in generale occidentali. Secondo un recente sondaggio, il numero di palestinesi che sostiene la lotta armata contro Israele è ai livelli più bassi degli ultimi 14 anni. Nonostante da tre anni non si tengano negoziati di pace, sempre meno palestinesi sono convinti che compiere attentati, lanciare sassi o farsi esplodere nei locali pubblici israeliani sia la strada giusta per la loro "causa". Questo dato contrasta fortemente con l'aggressività della leadership palestinese. Che evidentemente non esisterebbe più se finalmente si raggiungesse una pace fra israeliani e palestinesi. Ecco perché Abu Mazen (il "moderato" di Ramallah) rifiuta di incontrarsi con il primo ministro di Gerusalemme, nonostante le pressioni di Europa e USA. Ecco perché ha invece scelto l'abbraccio mortale con la fazione rivale di Hamas, che governa col terrore la Striscia di Gaza da cinque anni. I palestinesi vedono i vicini di casa con invidia: benessere e occupazione sono generalizzati: il tasso di disoccupazione è sceso al 5.4%, ai minimi degli ultimi 32 anni e ai livelli più basso del mondo, nonostante la crisi globale. E vorrebbero anche loro un po', di questo benessere. Ma invece no, Hamas ha convenienza ed interesse a mantenere lo stato di miseria e prostrazione (il popolo è più facilmente manipolabile quando è affamato), e distrugge le serre lasciate dagli israeliani con lo sgombero ordinato da Sharon nel 2005, e le rimpiazzano con trincee dalle quali fanno partire missili alla volta delle città meridionali di Israele. Per una volta tanto, mi piacerebbe che una "primavera araba" scoppiasse a Ramallah e a Gaza; ma ci credo poco. Quando i palestinesi sono scesi per strada per manifestare contro Assad, che ha massacrato diecine di loro in Siria, Hamas ha brutalmente soffocato la rivolta. E a differenza di quanto occorre in Egitto o altrove, i media occidentali si sono guardati ben dal rilevarlo...