Finalmente abbiamo stabilito un punto di contatto con lo Stato Islamico. Non abbiamo nulla a che spartire con questa gentaglia; ma oggi possiamo concordare su un fatto: il sincero disprezzo per i piccioni.
Un chierico dell'ISIS ha bandito l'allevamento di colombi, dopo aver concesso una moratoria di una settimana. E non per la reazione ripugnante che provocano le deiezioni degli odiosi pennuti; quanto per il fatto che «la visione dei genitali dei piccioni in volo sulle nostre teste, offende l'Islam».
Si tratta di una pratica peraltro piuttosto diffusa in Medio Oriente: non a caso l'editto si rivolge a coloro che coltivano i colombi sui tetti delle proprie abitazioni.
Per chiarire la serietà dell'editto, chiunque sarà d'ora innanzi sorpreso nelle aree della Siria e dell'Iraq cadute sotto il controllo dell'ISIS, sarà soggetto a contravvenzione, e subirà la pubblica fustigazione o la detenzione.
martedì 2 giugno 2015
Lo Stato Islamico dichiara guerra: ai colombi
lunedì 1 giugno 2015
Abu Mazen: che fine fanno tutti i soldi che intaschi?
Cresce l'indignazione per lo sperpero della colossale montagna di denaro che ogni anno copre l'Autorità Palestinese. Corruzione e malaffare sono fenomeni endemici, tipici oltretutto di regimi che non devono rispondere agli elettori del proprio operato - giusto poche settimane fa "Abu Mazen" ha festeggiato il decimo anno di un mandato presidenziale originariamente quadriennale - ma la misura è colma, ora che l'austerità fiscale costringe i governi a chiedere nuovi e ulteriori sacrifici ai propri cittadini.
I quali incominciano ora a chiedersi che ne è del fiume di denaro veicolato annualmente verso l'Autorità Palestinese, e se non si tratta di uno strumento dall'efficacia inversamente proporzionale agli sforzi della comunità internazionale: tranne i poppanti, tutti sanno che i miliardi di dollari stanziati non beneficiano alcuno dei poveri palestinesi.
Lodevole è risultata l'iniziativa di Rights Reporter, che qualche mese fa ha interpellato l'Unione Europea, per chiedere conto degli aiuti erogati all'ANP, dopo che diversi organismi di controllo contabile hanno denunciato la letterale scomparsa nel nulla apparente di migliaia di rivoli di finanziamenti; ricevendone in cambio risposte vaghe e volutamente superficiali.
I quali incominciano ora a chiedersi che ne è del fiume di denaro veicolato annualmente verso l'Autorità Palestinese, e se non si tratta di uno strumento dall'efficacia inversamente proporzionale agli sforzi della comunità internazionale: tranne i poppanti, tutti sanno che i miliardi di dollari stanziati non beneficiano alcuno dei poveri palestinesi.
Lodevole è risultata l'iniziativa di Rights Reporter, che qualche mese fa ha interpellato l'Unione Europea, per chiedere conto degli aiuti erogati all'ANP, dopo che diversi organismi di controllo contabile hanno denunciato la letterale scomparsa nel nulla apparente di migliaia di rivoli di finanziamenti; ricevendone in cambio risposte vaghe e volutamente superficiali.
giovedì 14 maggio 2015
Quello che non sappiamo del "giorno della nakba"
Venerdì 15 maggio è la data indicata dai capi palestinesi come "giorno della nakba", che commemorerebbe la "catastrofe" rappresentata per essi dalla fondazione di Israele. Sono previste marce, raduni e dimostrazioni. Non mancheranno le televisioni ma probabilmente esse ometteranno alcuni aspetti del conflitto arabo-israeliano, ignoti al grande pubblico. Ad esempio:
1) oltre 800.000 ebrei furono messi in fuga dalle loro abitazioni nei paesi arabi durante e dopo la Guerra di Indipendenza israeliana del 1948-49. È un dato equivalente se non superiore ai rifugiati arabi generato dal conflitto. Israele ha assorbito tutti gli immigrati mentre i rifugiati palestinesi sono stati segregati per decenni in campi profughi, e usati dai leader arabi come arma da usare nei confronti dello stato ebraico (cliccare qui per maggiori informazioni su questo tema).
2) Non esiste un "diritto al ritorno" preteso dai palestinesi. Chi lo invoca talvolta cita una risoluzione delle Nazioni Unite, la 194, approvata l'11 dicembre 1948. Si tratta di una risoluzione dell'assemblea generale, che pertanto non riveste un peso cogente nel diritto internazionale. Inoltre, gli stati arabi espressero parere contrario, proprio perché non sanciva alcun diritto al ritorno. Come rilevato in passato:
1) oltre 800.000 ebrei furono messi in fuga dalle loro abitazioni nei paesi arabi durante e dopo la Guerra di Indipendenza israeliana del 1948-49. È un dato equivalente se non superiore ai rifugiati arabi generato dal conflitto. Israele ha assorbito tutti gli immigrati mentre i rifugiati palestinesi sono stati segregati per decenni in campi profughi, e usati dai leader arabi come arma da usare nei confronti dello stato ebraico (cliccare qui per maggiori informazioni su questo tema).
2) Non esiste un "diritto al ritorno" preteso dai palestinesi. Chi lo invoca talvolta cita una risoluzione delle Nazioni Unite, la 194, approvata l'11 dicembre 1948. Si tratta di una risoluzione dell'assemblea generale, che pertanto non riveste un peso cogente nel diritto internazionale. Inoltre, gli stati arabi espressero parere contrario, proprio perché non sanciva alcun diritto al ritorno. Come rilevato in passato:
mercoledì 13 maggio 2015
Inciti all'antisemitismo su Internet? finisci diritto in galera!
![]() |
| Scrittore egiziano premiato per i suoi versi antisemiti dall'ANP. |
La scorsa settimana, il gerarca palestinese Issa Karake si è recato in visita presso le famiglie dei tre criminali che linciarono e assassinarono Vadim Nurzhitz and Yossi Avrahami, i due disgraziati riservisti israeliani, che si dispersero nei pressi di Ramallah nel 2000. Karake ha consegnato ai genitori la "targa d'onore", commemorando il gesto eroico dello smembramento dei due malcapitati, i cui resti furono sparpagliati dalla finestra del commissariato dove furono condotti. I carnefici furono in seguito arrestati e condannati all'ergastolo.
martedì 12 maggio 2015
Il terrorista palestinese che vuole cancellare Israele dalle mappe (del calcio)
I palestinesi non recedono dai loro propositi. La UEFA ha respinto ancora una volta la richiesta palestinese di escludere Israele dalle competizioni calcistiche internazionali. In un incontro tenutosi in Svizzera poche settimane fa, il presidente del massimo organismo calcistico continentale, Michael Platini, ha confortato la pari carica della Federcalcio israeliana. Come riporta Progetto Dreyfus, «si è discusso di come affrontare l’offensiva sportiva e come agire nel caso in cui la proposta sia formalizzata e portata davanti al Congresso FIFA che si terrà a Zurigo il mese prossimo. Secondo le fonti israeliane, Platini avrebbe assicurato il sostegno della UEFA in difesa della partecipazione d’Israele e se dovessero esservi votazioni, non sarà lasciato solo».
Sembrerebbero proprio queste le intenzioni della Federcalcio palestinese. Secondo quanto riporta YNet News, la PFA non esclude il ricorso alla richiesta di mettere ai voti la proposta palestinese di espulsione di Gerusalemme dalla massima assise del calcio mondiale. Il presidente Jibril Rajoub lamenta le restrizioni alla libertà di movimento dei giocatori palestinesi fra il West Bank e Ramallah; minimizzando i timori di parte israeliana che sotto maglietta e calzoncini possano celarsi terroristi, o fiancheggiatori del terrorismo palestinese. Affinché la richiesta della PFA passi, occorre l'approvazione dei 3/4 dei delegati provenienti dalle 209 rappresentative nazionali iscritte alla FIFA.
Sembrerebbero proprio queste le intenzioni della Federcalcio palestinese. Secondo quanto riporta YNet News, la PFA non esclude il ricorso alla richiesta di mettere ai voti la proposta palestinese di espulsione di Gerusalemme dalla massima assise del calcio mondiale. Il presidente Jibril Rajoub lamenta le restrizioni alla libertà di movimento dei giocatori palestinesi fra il West Bank e Ramallah; minimizzando i timori di parte israeliana che sotto maglietta e calzoncini possano celarsi terroristi, o fiancheggiatori del terrorismo palestinese. Affinché la richiesta della PFA passi, occorre l'approvazione dei 3/4 dei delegati provenienti dalle 209 rappresentative nazionali iscritte alla FIFA.
lunedì 11 maggio 2015
La mia versione dei fatti sulla diffamazione di "Breaking the Silence"
Il soldato israeliano Matan risponde al dossier anonimo pubblicato da "Breaking the Silence", finalizzato alla demonizzazione delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), sulla base della sua esperienza diretta a Gaza, avendo servito nell'esercito in diverse operazioni negli ultimi anni.
Beit Hanoun, Striscia di Gaza, 2006. Operazione "Nuvole autunnali". Entriamo in una casa. All'ingresso, incontriamo un uomo e sua moglie. Li accompagniamo in un'altra stanza e offriamo loro da bere. Chiediamo al padrone di casa se ha qualche legame con Hamas: «no, naturalmente no. Non abbiamo nulla a che fare con essi». Allora chiediamo se nascondono armi nel loro appartamento: la risposta è fermamente negativa. La squadra rimane nell'appartamento per alcune ore. Prima di andar via, i soldati che ispezionano una camera hanno l'idea di spostare un divano, e scoprono un congegno esplosivo impiegato per far saltare in aria automezzi. L'uomo è sano e salvo.
Beit Hanoun, Striscia di Gaza, 2006. Operazione "Nuvole autunnali". Siamo alla ricerca di armi nel centro città, e procediamo da una abitazione all'altra. In una di esse, un uomo di mezza età non sembra star bene. Il nostro medico, Roi, gli diagnostica una possibile cardiopatia. Interrompiamo la ricerca e procediamo verso altri edifici, in modo da consentire a Roi di prestargli le cure. Con l'ausilio della figlia dell'uomo, che parla un buon inglese, convochiamo la Croce Rossa locale e prolunghiamo la nostra permanenza, a costo di subire i rischi derivanti da una prolungata presenza.
Di lì a breve avvertiamo una potente esplosione. Schegge volano dappertutto. Una pattuglia dell'IDF, all'oscuro della nostra presenza in questa abitazione, attiva involontariamente un congegno esplosivo posto sull'uscio di una casa a poca distanza da noi. È un miracolo che nessuno sia rimasto ferito.
domenica 10 maggio 2015
BBC: a Gaza non ci sono scudi umani. Anzi, sì!
di Yarden Frankl*
Durante la guerra di Gaza della scorsa estate, Orla Guerin della BBC ha confezionato un servizio filmato. Siamo stati sconcertati nell'apprendere da questa testimonianza, trasmessa da "News at Ten" sulla BBC One, e poi resa disponibile sul sito; che secondo lei non ci sarebbero prove di impiego abituale da parte di Hamas di scudi umani, malgrado le prove rese disponibili.Abbiamo in passato pubblicato un video, il quale all'opposto dimostra come in effetti vi siano prove numerose e schiaccianti di questa ripugnante pratica. Abbiamo sollecitato gli utenti a denunciare le argomentazioni fuorvianti prodotte sulla BBC dalla giornalista con le sue dichiarazioni.
Bene: la BBC ha preso atto dei rilievi. L'emittente britannica ha ammesso che l'affermazione «non ci sono prove dell'utilizzo di scudi umani» sia errata. Ecco come si sono espressi:
«Fare affidamento sulle prove fornite da una parte belligerante non rappresenta necessariamente una validazione della versione degli eventi, e da questo punto di vista riconosciamo che questi avrebbero meglio potuto essere descritti».
Iscriviti a:
Post (Atom)




